Divertimento

Mio Marito Mi Lasciò Annegare, Ma Mio Fratello Si Alzò Dalla Sedia A Rotelle

Parte 4: La Verità Su Penelope

Penelope uscì dall'archivio senza sapere che l'avevamo vista. Beatrice volle aspettare prima di fermarla: la cartella era stata sostituita anni prima con copie, mentre gli originali erano custoditi altrove. Se la lasciavamo muovere, poteva condurci alla persona che le aveva raccontato quella storia.

La mattina seguente lessi i documenti autentici di nostra madre.

Penelope era cresciuta come figlia di Sergio Bellandi, l'uomo che nostra madre aveva sposato brevemente dopo una separazione temporanea da nostro padre. Tutti avevano sempre creduto che fosse figlia di Sergio e di una relazione precedente. Per questo era stata definita mia sorellastra quando, dopo la morte di Sergio, nostra madre l'aveva accolta stabilmente nella famiglia.

I documenti raccontavano altro.

La madre biologica di Penelope era una donna chiamata Lidia Valenti.

Sorella minore di Vittorio.

Penelope non aveva alcun legame di sangue con me.

Era la nipote di Vittorio Valenti.

La scoperta mi tolse il respiro. Non perché il sangue determinasse l'affetto — avevo voluto bene a Penelope per anni — ma perché significava che il suo ingresso nella nostra famiglia poteva essere stato pianificato molto prima che Gabriele mi incontrasse.

Ettore, però, ci mostrò una lettera di nostra madre. Aveva scoperto la verità soltanto poco prima dell'incidente. Scriveva che Sergio le aveva confessato di aver accettato denaro da Vittorio per diventare tutore della bambina dopo la morte di Lidia. Nostra madre non credeva che Penelope fosse colpevole di nulla; era una bambina. Ma temeva che Vittorio volesse usarla in futuro per avvicinarsi al cantiere.

«Quindi mamma stava per allontanare Vittorio», disse Tobia.

«E pochi giorni dopo morirono», aggiunsi.

La sequenza era terribile, ma ancora non dimostrava chi avesse manomesso i freni.

Il laboratorio forense confermò intanto il contenuto delle bustine che Gabriele mi dava. Il medico spiegò che i dosaggi potevano causare sonnolenza e alterazioni ormonali, ma che sarebbe stato irresponsabile attribuire ogni mio problema di fertilità a quelle sostanze. Avevo bisogno di esami indipendenti. Accettai. Per la prima volta dopo anni, volevo conoscere il mio corpo senza la voce di Gabriele accanto.

Le analisi tossicologiche sui capelli mostrarono esposizione ripetuta al sedativo. Era una prova molto più forte.

Beatrice consegnò tutto agli investigatori.

Non potevamo più restare ufficialmente morte.

La polizia organizzò il momento della nostra ricomparsa in modo da proteggere l'indagine. Gabriele venne convocato a Genova con il pretesto di autenticare la procura davanti al consiglio. Vittorio arrivò con lui.

Entrai nella sala mentre Gabriele stava dichiarando che avrebbe onorato la mia memoria.

Il bicchiere gli scivolò dalla mano.

Vittorio non si mosse.

«Rosalba.»

«Sei sorpreso?»

Gabriele impallidì. «Pensavo fossi morta.»

«Lo so. Ti ho sentito dirlo.»

Due agenti chiusero le porte.

Tobia entrò dietro di me camminando.

Quella fu la prima volta che vidi Vittorio Valenti perdere davvero il controllo. Non guardò me. Guardò le gambe di Tobia.

«Tu…»

Tobia si fermò davanti a lui. «Quindici anni sono un tempo lungo per ascoltare persone che pensano che un invalido non capisca niente.»

Gabriele tentò immediatamente di cambiare versione. Disse che l'incidente nel fiume era stato un errore, che era uscito dall'auto per cercare aiuto e che Penelope era arrivata casualmente sulla riva. La registrazione con Vittorio demolì gran parte del racconto.

Quando gli mostrarono la cintura manomessa, smise di parlare.

Penelope venne fermata poche ore dopo. Non era con loro. La trovarono in una casa appartenente a una società riconducibile a Vittorio.

Durante l'interrogatorio chiese di parlare con me.

Accettai soltanto con Beatrice e gli investigatori presenti.

Penelope sembrava più giovane senza trucco. La gravidanza era evidente.

«Gabriele mi ha detto che tu non potevi avere figli», disse.

«Gabriele ha contribuito a farmelo credere.»

Le lacrime le riempirono gli occhi. «Non sapevo delle sostanze.»

«Ma sapevi del fiume.»

Non rispose.

«Ti ho vista sulla riva.»

Penelope chiuse gli occhi.

«Vittorio mi aveva detto che sarebbe stato un incidente. Quando ho capito che Gabriele era uscito da solo… ho avuto paura.»

«E sei rimasta.»

«Sì.»

Non c'era giustificazione.

Poi mi disse che il bambino era davvero di Gabriele, concepito naturalmente. Vittorio aveva convinto entrambi che, con me e Tobia morti, una serie di documenti firmati avrebbe permesso di presentare il bambino come beneficiario previsto da me. Penelope aveva accettato perché Vittorio le aveva raccontato per anni che il cantiere apparteneva moralmente ai Valenti e che la mia famiglia glielo aveva sottratto.

«Perché cercavi la cartella di mia madre?»

Penelope tremò.

«Perché Vittorio mi ha detto che conteneva la prova che tuo padre aveva fatto uccidere mia madre Lidia.»

Eccola: un'altra storia costruita sulla vendetta.

«Hai trovato quella prova?»

«No.»

«Perché non esiste.»

Penelope mi guardò.

«Non lo sai.»

Aveva ragione. Non potevo sostituire una menzogna con una certezza comoda.

Fu Ettore a trovare la risposta.

Nella cassaforte originale di nostro padre c'era un fascicolo su Lidia Valenti. Non era un dossier contro di lei.

Erano ricevute di pagamenti.

Nostro padre le aveva versato denaro per mesi.

E in fondo al fascicolo c'era una fotografia di lui che teneva Penelope neonata tra le braccia.

Sul retro aveva scritto:

“Se Vittorio scopre chi è davvero suo padre, userà anche lei.”

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