Teresa fissò il documento come se le parole stampate potessero cambiare da sole. Per qualche secondo nessuno si mosse. Persino Paolo, che fino a quel momento era rimasto appoggiato allo stipite del corridoio, fece un passo avanti per leggere meglio. Io, invece, continuavo a guardare Alessandro. Non sua madre. Non suo fratello. Lui.
Perché quella era la parte che non riuscivo a ignorare.
Non c’era sorpresa sul suo volto.
C’era paura.
«Tu lo sapevi», dissi.
Alessandro deglutì.
Teresa si voltò bruscamente verso di lui.
«Sapevi cosa?»
Lui non rispose.
Raccolsi il documento dalla valigia e lo tenni davanti a me. «Sapevi che questa casa è intestata a me. Lo hai sempre saputo.»
«Francesca, possiamo parlarne dentro.»
Quelle furono finalmente le prime parole di mio marito da quando ero arrivata.
Mi scappò una risata breve, senza alcuna allegria.
«Adesso vuoi parlare dentro? Cinque minuti fa mi guardavi mentre tua madre buttava i miei vestiti sul vialetto.»
Teresa strappò quasi il documento dalla mia mano. Lo lesse rapidamente, poi una seconda volta più lentamente. Il suo viso cambiò.
«Questo non significa niente.»
«Significa esattamente quello che c’è scritto.»
«Questa villa appartiene alla famiglia Conti da anni.»
«No.»
La mia voce fu così calma che persino Alessandro mi guardò.
«La villa apparteneva a una società immobiliare che l’aveva acquistata dopo il fallimento del precedente proprietario. Io l’ho comprata otto anni fa, prima di conoscere Alessandro.»
Teresa impallidì.
Avevo acquistato quella casa quando avevo ventiquattro anni, insieme a mio padre. Non perché fossimo ricchi, come Teresa aveva sempre immaginato, ma perché mio padre aveva passato trentacinque anni a restaurare edifici storici e aveva riconosciuto un’occasione dove gli altri vedevano soltanto muri crepati e debiti. Avevamo investito quasi tutto ciò che avevamo. Due anni dopo lui era morto, lasciandomi la sua quota.
Quando avevo sposato Alessandro, non avevo mai sentito il bisogno di ricordare a tutti che la casa fosse mia.
Era diventata casa nostra.
Almeno, così avevo creduto.
Teresa sollevò lo sguardo.
«Alessandro mi aveva detto che l’avevate comprata insieme.»
Quella frase cambiò tutto.
Guardai mio marito.
«Ti aveva detto questo?»
Teresa esitò. Per la prima volta sembrava rendersi conto di aver detto qualcosa che non avrebbe dovuto.
«Io…»
«Mamma, basta», intervenne Alessandro.
Troppo tardi.
Mi avvicinai a lui.
«Che cosa le hai raccontato?»
«Non è il momento.»
«Direi che è esattamente il momento.»
Paolo si passò una mano sul viso. «Ale, forse dovresti dirglielo.»
Mi voltai verso di lui.
Alessandro lo fulminò con lo sguardo.
E fu quello scambio silenzioso a farmi sentire il primo vero brivido lungo la schiena.
«Dirle cosa?» domandai.
Nessuno rispose.
Entrai in casa lasciando le valigie dov’erano. Teresa fece per seguirmi, ma mi voltai.
«Tu resti fuori.»
La sua bocca si spalancò.
«Come osi?»
«Con molta facilità. Cinque minuti fa mi hai ricordato quanto sia importante sapere chi può decidere chi entra in questa casa.»
Paolo abbassò gli occhi, forse per nascondere una reazione. Teresa diventò rossa.
«Alessandro!»
Mio marito non intervenne.
Quella volta, però, il suo silenzio non aiutava sua madre.
Entrai nello studio e Alessandro mi seguì. Chiusi la porta.
«Adesso parla.»
Lui rimase in piedi davanti alla scrivania. Aveva le mani leggermente tremanti.
«Mia madre non avrebbe dovuto comportarsi così.»
«Non stiamo parlando di tua madre.»
«Francesca…»
«Perché sapevi cosa sarebbe successo stasera?»
Alessandro alzò gli occhi.
Lo conoscevo da otto anni. Conoscevo il modo in cui stringeva la mascella quando mentiva, il modo in cui evitava il contatto visivo quando si sentiva in colpa.
In quel momento faceva entrambe le cose.
«Non sapevo che avrebbe messo fuori le valigie.»
«Ma sapevi che voleva mandarmi via.»
Silenzio.
«Sì.»
Sentii qualcosa rompersi dentro di me, ma non gli diedi la soddisfazione di vederlo.
«Perché?»
Alessandro si sedette.
«Negli ultimi mesi abbiamo avuto problemi.»
«Quali problemi?»
«Noi due.»
«Non inventarti un matrimonio infelice adesso. Stamattina mi hai baciata prima di andare al lavoro.»
«Le cose sono più complicate.»
«Allora rendile semplici.»
Lui inspirò profondamente.
«Mia madre pensa che tu mi stia controllando.»
Lo fissai incredula.
«Con cosa?»
«Con i soldi. Con la casa. Con tutto.»
Quasi non riconoscevo l’uomo davanti a me.
«Io non ti ho mai chiesto un euro per questa casa.»
«Lo so.»
«Non ti ho mai ricordato che fosse mia.»
«Lo so.»
«Allora perché Teresa crede il contrario?»
Alessandro non rispose.
Mi avvicinai alla scrivania e fu allora che vidi qualcosa.
Un angolo di carta spuntava sotto una cartellina blu.
Non era mia.
Allungai la mano.
Alessandro si alzò immediatamente.
«Francesca, lascia stare.»
Mi fermai.
Quella reazione bastò.
Presi la cartellina.
Lui tentò di avvicinarsi, ma gli bastò il mio sguardo per fermarsi.
Dentro c’erano diverse pagine stampate. In cima compariva il logo di una banca.
Lessi il nome di Alessandro.
Poi una cifra.
480.000 euro.
«Cos’è questo?»
Alessandro diventò pallido.
Continuai a leggere.
Era una richiesta di finanziamento aziendale. La società di Alessandro, Conti Design S.r.l., chiedeva quasi mezzo milione di euro per coprire esposizioni finanziarie e rilanciare l’attività.
Non sapevo nemmeno che la sua azienda fosse in difficoltà.
Poi arrivai alla pagina successiva.
E capii perché quella sera avevano bisogno che io me ne andassi.
Alla voce garanzie immobiliari, era indicato l’indirizzo della villa.
La mia villa.
Guardai Alessandro.
«Hai cercato di usare casa mia come garanzia?»
«Posso spiegarti.»
«Come hai potuto farlo senza la mia firma?»
Non rispose.
Abbassai nuovamente gli occhi sul fascicolo.
In fondo alla pagina c’era uno spazio destinato al proprietario dell’immobile.
E accanto al mio nome…
c’era già una firma.
La mia.
Solo che non l’avevo mai fatta.
Il sangue mi si gelò.
«Alessandro.»
Lui chiuse gli occhi.
«Dimmi che non sei stato tu.»
Prima che potesse rispondere, qualcuno bussò violentemente alla porta.
«Ale!» Era Paolo. «Devi venire fuori. Subito.»
Alessandro non si mosse.
«Che succede?»
La voce di Paolo arrivò attraverso il legno, più bassa questa volta.
«È arrivato Riccardo.»
Vidi il volto di mio marito perdere completamente colore.
Non conoscevo nessun Riccardo.
Ma Alessandro sì.
E dal modo in cui guardò la cartellina nelle mie mani, capii che quell’uomo aveva qualcosa a che fare con i 480.000 euro.
«Chi è Riccardo?» chiesi.
Alessandro rimase in silenzio.
Fu Paolo a rispondere dall’altra parte della porta.
«Francesca… è l’uomo a cui Alessandro deve dei soldi.»
Guardai di nuovo la cifra sul documento.
Poi mio marito.
Ma Paolo non aveva ancora finito.
«E non sono quattrocentottantamila euro.»
Una pausa.
«Sono quasi novecentomila.»






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