Per qualche secondo nessuno disse nulla. Sentii soltanto il ticchettio dell’orologio appeso alla parete e il rumore lontano di un’auto che passava sulla strada. Io continuavo a fissare Matteo come se il suo viso potesse improvvisamente cambiare e restituirmi l’uomo del bar che conoscevo. Ma era sempre lui. Stessi occhi scuri. Stesso modo di inclinare appena la testa quando aspettava una risposta. Stesso sorriso capace di farmi dimenticare metà delle frasi che avevo preparato. Solo che adesso quel sorriso mi irritava terribilmente.
«Tu lo sapevi.»
Matteo posò lentamente l’anello sul tavolo.
«Sapevo cosa?»
«Non fare il furbo.»
Lucia fece un piccolo passo indietro, come se avesse improvvisamente deciso che quella conversazione non la riguardava più.
«Tu sapevi chi ero.»
Matteo non rispose subito.
Quella pausa fu sufficiente.
«Lo sapevi davvero.»
«Giulia…»
«Da quanto?»
«Dal primo giorno.»
Mi sembrò di ricevere uno schiaffo.
Ripensai al nostro primo incontro, tre mesi prima. Ero entrata nel piccolo bar di via San Marco sotto una pioggia assurda, avevo rovesciato metà del mio caffè sul bancone e lui, seduto accanto a me, mi aveva passato un tovagliolo ridendo.
“Giornata complicata?”
Io gli avevo risposto che la giornata sarebbe migliorata soltanto se nessuno mi avesse parlato per almeno dieci minuti.
Lui aveva aspettato esattamente dieci minuti prima di chiedermi il nome.
Ricordavo perfettamente la scena.
Avevo detto: «Giulia.»
E lui aveva sorriso.
Ora capivo perché.
«Quindi quella mattina mi hai riconosciuta.»
«Sì.»
«E mi hai lasciata presentarmi.»
«Sì.»
«E quando ti ho detto che mia madre stava cercando di organizzarmi un matrimonio con un amico d’infanzia insopportabile…»
Lucia si coprì la bocca.
Matteo abbassò lo sguardo, ma vidi chiaramente che stava cercando di non ridere.
«Non osare.»
«Non sto ridendo.»
«Stai assolutamente ridendo.»
«Solo un po’.»
Presi la borsa dal divano.
«Perfetto. Conversazione finita.»
Matteo mi afferrò delicatamente il polso prima che raggiungessi la porta.
Il gesto fu così improvviso che mi voltai.
Non stringeva forte. Avrei potuto liberarmi facilmente. Ma il suo viso non aveva più nulla di divertito.
«Non ti ho mentito per prendermi gioco di te.»
«Ti chiami Matteo e ti sei presentato come Teo.»
«Tutti mi chiamavano Teo a Londra.»
«Dettaglio molto conveniente.»
«Giulia, ascoltami.»
«Perché dovrei?»
Mi lasciò andare.
«Perché quando sono tornato a Milano, mio padre mi ha detto che le nostre famiglie stavano ancora parlando di quella vecchia promessa. Io non ricordavo nemmeno che aspetto avessi.»
«Molto romantico.»
«Fammi finire.»
Incrociai le braccia.
Matteo inspirò lentamente.
«Non volevo sposare una donna solo perché i nostri genitori avevano deciso qualcosa vent’anni fa. Esattamente come te.»
Quella frase rallentò qualcosa dentro di me.
«Allora perché sei andato avanti con tutto questo?»
«Non l’ho fatto.»
Guardai Lucia.
Lei evitò i miei occhi.
Matteo continuò.
«Ho detto ai miei genitori che avrei accettato di incontrarti. Una volta. Senza promesse.»
«E invece mi hai incontrata al bar senza dirmelo.»
«Quello non era programmato.»
«Ma quando hai capito chi ero, potevi dirmelo.»
«Sì.»
«E non l’hai fatto.»
Questa volta esitò più a lungo.
«Perché mi piaceva parlare con te quando non sapevi chi fossi.»
La rabbia non scomparve, ma cambiò forma.
Matteo si avvicinò al tavolo e appoggiò entrambe le mani sul bordo.
«La Giulia di cui mi parlavano le nostre famiglie era perfetta. Educata. Responsabile. Sempre disponibile. Una ragazza che, secondo loro, avrebbe formato una famiglia ideale.»
Alzai un sopracciglio.
«Suona terribile.»
«Esatto.»
Quasi sorrisi, contro la mia volontà.
«Poi ti ho incontrata al bar. Avevi i capelli bagnati, eri arrabbiata con una stampante, hai insultato il tuo capo per venti minuti e hai detto che il matrimonio era un’istituzione inventata per costringere le persone a comprare lenzuola coordinate.»
Mi coprii il viso con una mano.
«Ti prego, dimentica quella conversazione.»
«Impossibile.»
Per la prima volta da quando ero entrata, Lucia rise davvero.
Io la fulminai con lo sguardo.
«Non aiuti.»
«Sto solo osservando.»
Matteo tornò serio.
«Continuavo a pensare che prima o poi te l’avrei detto.»
«Quando? Dopo il matrimonio?»
«No.»
«Dopo il viaggio di nozze?»
«Giulia.»
«Sto cercando di capire il piano.»
«Non c’era un piano.»
Quella risposta mi fece infuriare più di qualsiasi altra.
«Questo è il problema, Matteo. Tu hai avuto tre mesi per capire chi ero. Io invece sto scoprendo adesso che ogni conversazione che abbiamo avuto aveva un significato diverso per te.»
La sua espressione cambiò.
Non cercò di difendersi.
«Hai ragione.»
Non mi aspettavo quelle parole.
«Cosa?»
«Hai ragione.»
Si raddrizzò.
«Avrei dovuto dirtelo molto prima.»
La sincerità improvvisa mi tolse parte della rabbia, lasciandomi qualcosa di peggiore: confusione.
Guardai l’anello sul tavolo.
«Quindi che succede adesso?»
Matteo lo prese e me lo porse.
Feci subito un passo indietro.
«No.»
«Non ti sto chiedendo di sposarmi.»
«Meno male.»
«Voglio restituirtelo.»
«Perché?»
«Perché non voglio che questo anello significhi quello che volevano i nostri genitori.»
Lo fissai.
«E cosa dovrebbe significare?»
Matteo aprì la mano. L’anello rimase sul suo palmo.
«Niente. Per ora.»
Quelle due parole mi fecero stranamente accelerare il cuore.
Poi Lucia, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, si mosse verso il corridoio.
«Credo che dovreste sapere una cosa.»
Matteo si voltò.
«Mamma.»
Il tono della sua voce cambiò immediatamente.
Lucia si fermò.
Per la prima volta vidi vera tensione tra loro.
«Che cosa?» chiesi.
Lucia guardò suo figlio.
«Non possiamo continuare a fingere che questa storia sia soltanto una vecchia promessa tra due famiglie.»
Matteo impallidì leggermente.
«Mamma, non adesso.»
«Quando, allora?»
Mi voltai lentamente verso di lui.
«Matteo, di cosa sta parlando?»
Lui rimase immobile.
Lucia aprì un cassetto di un vecchio mobile vicino alla parete e tirò fuori una busta ingiallita.
Sopra c’erano due nomi scritti a mano.
Quello di mio padre.
E quello del padre di Matteo.
Lucia la appoggiò sul tavolo.
«L’accordo sul vostro matrimonio non è nato quando eravate bambini.»
Sentii lo stomaco stringersi.
«È cominciato molto prima.»
Matteo chiuse gli occhi per un istante.
Io indicai la busta.
«Cosa c’è dentro?»
Lucia non rispose.
Fu Matteo a farlo.
«Il motivo per cui mio padre insiste tanto perché io sposi te.»
Lo guardai.
«E qual è?»
Matteo abbassò gli occhi sulla busta.
Quando tornò a guardarmi, non c’era più alcuna traccia del ragazzo sorridente del bar.
«Tuo padre non ti ha mai raccontato cosa accadde davvero la notte in cui il mio lasciò Milano.»






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