Rilessi il messaggio di Chiara finché le ultime parole cominciarono a confondersi davanti ai miei occhi.
Ho finalmente capito perché Lorenzo doveva sposarti prima della fine di questo mese.
Guardai Lorenzo.
«Che cosa succede alla fine del mese?»
Lui sembrava sinceramente confuso.
«Non lo so.»
«Non mentirmi più.»
«Non sto mentendo.»
Gli mostrai il telefono.
Lorenzo lesse il messaggio e impallidì.
«Chiara ha l'atto originale?»
«Questa è la parte che ti preoccupa?»
«No. Ma se ce l'ha davvero, Carlo andrà da lei.»
Andrea prese il proprio telefono.
«Mandiamolo subito ai carabinieri.»
Lo facemmo. Uno degli agenti contattò la centrale, mentre io provai a chiamare Chiara. Nessuna risposta. Una seconda volta. Poi una terza.
Alla quarta chiamata qualcuno rispose.
Non sentii una voce.
Soltanto un respiro.
«Chiara?»
Silenzio.
«Sono Sofia.»
Un rumore improvviso, come una porta chiusa.
Poi la voce di Chiara arrivò bassissima.
«Non venire allo studio.»
«Dove sei?»
«Non posso dirtelo.»
«Tuo padre è con te?»
Silenzio.
«Chiara?»
«Sofia, ascoltami. Ho trovato l'atto ieri sera.»
«Perché non me l'hai detto?»
«Perché fino a ieri non sapevo nemmeno che riguardasse te. Il notaio Conti aveva lasciato istruzioni precise: il fascicolo poteva essere aperto soltanto dopo il tuo trentesimo compleanno e in presenza di una richiesta formale della beneficiaria oppure in caso di modifica dello stato civile.»
Sentii un gelo attraversarmi.
«Modifica dello stato civile.»
Lorenzo capì nello stesso istante.
«Il matrimonio.»
Chiara continuò.
«Esatto.»
«Cosa sarebbe successo se avessi sposato Lorenzo oggi?»
Dall'altra parte sentii un altro rumore.
«L'atto contiene una clausola. Se l'erede si sposa prima di reclamare formalmente le quote, i diritti patrimoniali vengono trasferiti in una struttura fiduciaria con gestione congiunta del coniuge per dodici mesi.»
Mi voltai verso Lorenzo.
Lui scosse immediatamente la testa.
«Non ne sapevo niente.»
«Chiara», dissi, «chi avrebbe controllato quella struttura?»
«Lo studio notarile e il coniuge. Ma c'è un allegato che modifica tutto.»
«Quale allegato?»
La sua voce tremò.
«Quello depositato da mio padre quattro anni fa.»
Andrea si irrigidì.
«Carlo.»
«Ha inserito una disposizione secondo cui, in caso di matrimonio con un membro della famiglia Bianchi, la gestione sarebbe passata temporaneamente a una società amministrata da lui.»
Guardai Lorenzo.
Il mio cuore batteva così forte che quasi non sentivo più il resto.
«Quattro anni fa», sussurrai.
Esattamente quando Lorenzo era entrato nella mia vita.
«Sofia», disse lui, «non lo sapevo.»
«Ma Carlo sapeva che mi frequentavi.»
Lorenzo non rispose.
«Lo sapeva?»
«Sì.»
«E ti incoraggiava?»
Silenzio.
Quello fu sufficiente.
«Rispondimi.»
«All'inizio sì.»
Mi allontanai da lui.
«Dio mio.»
«Non per le quote. Mi disse che dopo quello che era successo con Andrea dovevo assicurarmi che stessi bene.»
Andrea rise amaramente.
«E tu hai creduto che Carlo improvvisamente si preoccupasse per Sofia?»
Lorenzo abbassò lo sguardo.
«All'epoca sì.»
«Per quattro anni non ti sei mai chiesto perché?»
«Me lo sono chiesto. Ed è per questo che negli ultimi due anni ho iniziato a controllare i vecchi documenti di mio padre.»
Mi voltai.
«Negli ultimi due anni?»
«Sì.»
«Da quando mi hai chiesto di sposarti.»
La consapevolezza mi attraversò come una lama.
«Hai scoperto qualcosa prima di propormi il matrimonio.»
Lorenzo non riuscì a guardarmi.
«Avevo trovato riferimenti a un patrimonio intestato a Federico. Non conoscevo la percentuale, né la clausola.»
«Ma sapevi abbastanza da capire che poteva riguardarmi.»
«Sì.»
Chiusi gli occhi.
Ogni verità che Lorenzo mi offriva arrivava soltanto dopo che qualcuno gli aveva tolto la possibilità di nasconderla.
«Sofia», disse Chiara al telefono, «c'è altro.»
«Dimmi.»
«La disposizione di mio padre non è valida.»
Andrea si avvicinò.
«Perché?»
«Perché è stata depositata usando una procura falsa attribuita a Vittorio.»
Lorenzo alzò la testa.
«Mio padre era morto da otto anni.»
«Esatto.»
«Allora puoi dimostrarlo.»
«Sì. Ed è per questo che mio padre mi sta cercando.»
Un colpo secco risuonò dall'altra parte.
Chiara trattenne il fiato.
«Devo andare.»
«Aspetta. Dove sei?»
«Dove Alberto Conti conservava gli originali che non voleva lasciare nello studio.»
«Chiara, non so dove sia.»
«Lorenzo lo sa.»
La chiamata si interruppe.
Tutti guardammo lui.
«Dove?» chiesi.
Lorenzo esitò soltanto un secondo.
«San Casciano. Conti aveva una piccola casa accanto a un vecchio frantoio.»
Uno dei carabinieri ci fermò immediatamente.
«Voi restate qui. Mandiamo una pattuglia.»
Questa volta non protestai.
Avevo passato abbastanza ore a correre dietro alle bugie degli altri. Volevo finalmente costringerle a venire da me.
Aspettammo quasi quaranta minuti.
Furono i quaranta minuti più lunghi della mia vita.
Poi il telefono dell'agente squillò.
Parlò brevemente, ascoltò, fece alcune domande.
Quando chiuse la chiamata, ci guardò.
«Hanno trovato la signora Bianchi. Sta bene.»
Lasciai uscire il respiro.
«E Carlo?»
«Non era lì.»
«L'atto?»
«La signora sostiene di averlo consegnato agli agenti.»
Andrea sorrise per la prima volta.
Ma l'agente non aveva finito.
«Ha chiesto che la signora Sofia Rinaldi venga in caserma. Dice che deve mostrarle personalmente un secondo documento.»
Un'ora dopo ero seduta davanti a Chiara in una piccola stanza della caserma. Aveva gli occhi rossi e sembrava invecchiata di dieci anni.
Sul tavolo c'erano due fascicoli sigillati.
«Mi dispiace», disse.
«Per cosa?»
«Per mio padre. Per quello che ha fatto alla tua famiglia.»
«Tu non sei lui.»
Chiara abbassò gli occhi.
«Vorrei fosse così semplice.»
Aprì il primo fascicolo.
L'atto confermava tutto: Federico possedeva il 31% della società originaria e quelle quote, dopo tutte le trasformazioni societarie, avevano ancora un valore enorme. Gli investigatori avrebbero dovuto ricostruire la catena legale, ma il documento esisteva.
Poi Chiara aprì il secondo fascicolo.
«Questo l'ho trovato insieme all'atto.»
Era una lettera di Vittorio.
Ma non indirizzata a Lorenzo.
Indirizzata a me.
A Sofia Rinaldi.
Cominciai a leggere.
Vittorio spiegava di aver aiutato Federico a raccogliere le prove contro Carlo. Dopo la morte di Federico aveva nascosto l'atto e protetto Elena. Scriveva di aver passato anni cercando un modo per denunciare suo fratello senza mettere altre persone in pericolo.
Poi arrivai all'ultima pagina.
Una frase era sottolineata due volte.
Se un giorno mio figlio Lorenzo entrerà nella vita di Sofia, non permettete che le nasconda il motivo.
Mi fermai.
Guardai Lorenzo, seduto dall'altra parte della stanza.
«Tuo padre sapeva che potevi cercarmi.»
Lui sembrava confuso quanto me.
Continuai.
Perché Lorenzo conosce Sofia da molto più tempo di quanto lei possa ricordare.
Mi tremarono le dita.
Sotto c'era una fotografia.
Due bambini in un giardino.
Uno era Lorenzo, forse otto anni.
Accanto a lui c'era una bambina di circa quattro anni.
Io.
Sul retro Vittorio aveva scritto:
Estate 2000. Federico, Elena e Sofia a casa nostra. L'ultima estate prima che tutto cambiasse.
Alzai lentamente lo sguardo.
«Tu ti ricordavi di me.»
Lorenzo non rispose.
«Quando mi hai vista quattro anni fa, sapevi già chi ero.»
Le lacrime gli riempirono gli occhi.
«Sì.»
Quella singola parola distrusse l'ultima difesa che gli avevo concesso.
«Quindi non mi hai cercata soltanto per capire cosa sapessi di Federico.»
«No.»
«Perché allora?»
Lorenzo inspirò profondamente.
«Perché mio padre, prima di morire, mi aveva fatto promettere una cosa.»
«Quale?»
Lui guardò la fotografia dei due bambini.
«Di trovare la figlia di Federico.»
«Perché?»
Lorenzo aprì la bocca.
Ma prima che potesse rispondere, la porta si aprì.
Un carabiniere entrò con il telefono in mano.
«Signora Rinaldi, abbiamo appena ricevuto una comunicazione urgente dalla procura.»
Posò davanti a noi una fotografia proveniente da una telecamera stradale.
L'auto di Carlo era stata trovata abbandonata vicino alla stazione di Firenze.
Ma Carlo non era solo nell'ultima immagine registrata.
Sul sedile del passeggero c'era un uomo.
Guardai il volto ingrandito.
Sentii mia madre, dietro di me, lasciare cadere il bicchiere che teneva in mano.
«No», sussurrò.
Mi voltai verso di lei.
Era diventata bianca.
«Mamma, chi è?»
Elena indicò l'uomo accanto a Carlo.
Quando pronunciò il suo nome, la voce quasi non uscì.
«Quello è Matteo Conti.»
Chiara si alzò di scatto.
«Il figlio del notaio Alberto.»
Ma mia madre scosse lentamente la testa.
«No. Non è questo il problema.»
Mi guardò con gli occhi pieni di terrore.
«Matteo era l'uomo che guidava l'altra macchina la notte in cui tuo padre morì.»






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