Divertimento

Ho Rifiutato Di Sposare Il Mio Amico D’Infanzia Davanti A Sua Madre — Poi Lui È Sceso Dalle Scale E Ho Capito Chi Avevo Appena Rifiutato

La frase di Matteo rimase sospesa nella stanza.

«La notte in cui tuo padre lasciò Milano.»

Guardai prima lui, poi Lucia. Mio padre non aveva mai lasciato Milano, almeno non secondo ciò che sapevo. Aveva vissuto lì praticamente tutta la vita, aveva costruito la sua azienda lì, aveva conosciuto mia madre lì. L’unico periodo di cui parlava raramente erano gli anni prima della mia nascita.

«Non capisco.»

Lucia spinse lentamente la busta verso di me.

«Allora forse è arrivato il momento.»

Matteo intervenne subito.

«Mamma, questa decisione spetta a suo padre.»

«Suo padre ha avuto quasi trent’anni.»

«E questo ti autorizza a farlo al posto suo?»

«Mi autorizza il fatto che tuo padre sta cercando di usare voi due per sistemare qualcosa che avrebbe dovuto affrontare personalmente.»

Quella frase mi fece gelare.

Presi la busta.

Matteo mi guardò.

«Giulia, non devi aprirla.»

«Cinque minuti fa ho scoperto che l’uomo che mi piace è il bambino che la mia famiglia vuole farmi sposare. Adesso tua madre mi dice che esiste un segreto vecchio di trent’anni che riguarda mio padre. Direi che il momento delle mezze verità è finito.»

Aprii la busta.

Dentro c’erano alcune lettere e una fotografia.

Presi prima quella.

Ritraeva quattro persone molto più giovani davanti a un edificio che riconobbi immediatamente: la prima sede dell’azienda di mio padre, quando era ancora un piccolo laboratorio nella periferia di Milano.

Mio padre era sulla sinistra.

Accanto a lui c’era Carlo Rinaldi, il padre di Matteo.

Ma erano le due donne davanti a loro a confondermi.

Una era Lucia.

L’altra non era mia madre.

«Chi è questa donna?»

Lucia impallidì.

Matteo si avvicinò.

«Mamma?»

Evidentemente neppure lui conosceva quella parte della storia.

Lucia prese la fotografia tra le dita.

«Si chiamava Elena.»

«Chi era?»

«Mia sorella.»

Matteo la fissò.

«Avevi una sorella?»

Lucia chiuse gli occhi.

«Sì.»

Il silenzio diventò pesante.

«Perché non me ne hai mai parlato?» domandò Matteo.

«Perché Elena è morta prima che tu nascessi.»

Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.

«E cosa c’entra mio padre?»

Lucia mi restituì la fotografia.

«Tutto cominciò con quell’azienda.»

Mi sedetti senza nemmeno rendermene conto.

Lucia raccontò che quasi trent’anni prima mio padre, Andrea Conti, e Carlo Rinaldi erano soci. Non erano semplicemente amici: avevano fondato insieme una piccola società di progettazione. Carlo aveva il capitale iniziale, mio padre aveva sviluppato un sistema che poteva trasformare quella piccola attività in qualcosa di molto più grande.

Elena lavorava con loro.

«Tuo padre ed Elena erano molto legati.»

La guardai.

«Quanto legati?»

Lucia esitò.

«Erano innamorati.»

Mi alzai di scatto.

«No.»

«Giulia…»

«Mio padre ha conosciuto mia madre quando erano giovanissimi.»

«Ha conosciuto tua madre dopo.»

La certezza con cui lo disse mi fece male.

Matteo mi raggiunse.

«Forse dovremmo fermarci.»

«No.»

La mia voce tremò.

«Voglio sapere perché nessuno mi ha mai raccontato questa storia.»

Lucia abbassò lo sguardo.

«Perché Elena morì durante il periodo peggiore della società. Pochi giorni dopo, tuo padre lasciò l’azienda e Carlo rimase con quasi tutti i debiti.»

«Stai dicendo che mio padre scappò?»

«Sto dicendo che questa è la versione che Carlo ha raccontato per anni.»

Quelle parole mi fecero fermare.

«La versione?»

Lucia indicò le lettere.

«Io non credo più che sia la verità.»

Matteo prese una delle pagine. La lesse rapidamente.

«Questa è la firma di papà.»

«Sì.»

«Che cos’è?»

«Un accordo privato.»

Mi avvicinai.

In fondo al documento c’erano due firme: Andrea Conti e Carlo Rinaldi.

La data risaliva a ventinove anni prima.

Non comprendevo completamente il linguaggio giuridico, ma alcune parole erano chiarissime: quote societarie, proprietà intellettuale, debito, trasferimento.

«Cosa significa?»

Lucia rispose piano.

«Significa che tuo padre rinunciò alla sua parte della società.»

«Perché?»

«Per salvare Carlo dalla bancarotta.»

Matteo alzò gli occhi.

«Papà mi ha sempre detto il contrario.»

«Lo so.»

Lucia sembrava improvvisamente stanca.

«Carlo raccontò a tutti che Andrea aveva causato il fallimento del primo progetto e poi era scappato. Ma questo documento dimostra che Andrea gli lasciò brevetti e quote sufficienti per ripartire.»

Guardai Matteo.

La Rinaldi Group era oggi una delle società di ingegneria più conosciute della Lombardia.

«Vuoi dire che parte dell’azienda di vostro padre esiste grazie al mio?»

Lucia annuì.

«Una parte molto importante.»

La rabbia tornò.

«E il matrimonio cosa c’entra?»

Lucia rimase in silenzio.

Matteo guardò le altre lettere.

Poi ne trovò una diversa.

Era più recente.

«Questa è di cinque anni fa.»

Lucia gliela strappò quasi dalle mani.

Troppo tardi.

Avevo visto il nome del mittente.

Carlo Rinaldi.

«Dammi quella lettera.»

«Giulia…»

«Adesso.»

Lucia me la consegnò.

Lessi.

Carlo scriveva a mio padre. Il tono non era affettuoso. Non parlava di amicizia.

Parlava di restituzione.

Di una promessa.

E poi trovai una frase che mi fece rileggere il foglio tre volte.

Se Matteo e Giulia uniranno le famiglie, considererò finalmente chiuso il debito che ho con te.

Sollevai gli occhi.

«Quindi è questo?»

Nessuno rispose.

«Io sarei il pagamento di un debito?»

«No», disse Matteo immediatamente.

«Tuo padre sembra pensarla diversamente.»

«Io non sapevo niente.»

«Come faccio a crederti? Tre mesi fa sapevi già chi ero e non me l’hai detto.»

Vidi il colpo sul suo viso.

Ma non potevo fermarmi.

Presi la borsa.

«Devo parlare con mio padre.»

Matteo fece un passo verso di me.

«Vengo con te.»

«Assolutamente no.»

«Giulia, questa storia riguarda anche me.»

«Ma quello è mio padre.»

Uscii prima che potesse rispondere.

Durante il tragitto chiamai papà quattro volte.

Nessuna risposta.

Alla quinta chiamata rispose mia madre.

«Giulia?»

«Dov’è papà?»

Silenzio.

«Mamma.»

«È in ufficio.»

«Sto andando da lui.»

«No.»

Fu il modo in cui lo disse a farmi rallentare.

«Perché?»

«Perché tuo padre non sta bene.»

La rabbia lasciò spazio alla paura.

«Che significa?»

«Significa che questa mattina ha ricevuto una telefonata da Carlo Rinaldi e subito dopo è uscito senza dirmi dove andava.»

«Hai appena detto che è in ufficio.»

Un’altra pausa.

«Mamma, mi stai mentendo?»

Sentii il suo respiro spezzarsi.

«Torna a casa.»

«Prima dimmi cosa sta succedendo.»

«Giulia, ti prego.»

«Ho trovato le lettere.»

Dall’altra parte non arrivò più alcun suono.

«So di Elena.»

Mia madre inspirò bruscamente.

«Chi te l’ha detto?»

«Lucia.»

«Quella donna non aveva nessun diritto.»

«Allora dimmelo tu.»

La voce di mia madre cambiò.

«Giulia, qualunque cosa Lucia ti abbia raccontato, non andare da Carlo.»

«Perché?»

«Perché non sta cercando di farvi sposare per ripagare un debito.»

Mi fermai sul marciapiede.

«Cosa?»

«È quello che vuole farvi credere.»

«Allora cosa vuole?»

Mia madre non riuscì a rispondere.

Sentii invece il rumore della porta di casa aprirsi dall'altra parte della chiamata.

Poi la voce di mio padre.

Lontana, agitata.

«Anna, dov’è Giulia?»

Mia madre gli disse qualcosa che non riuscii a distinguere.

Subito dopo sentii mio padre avvicinarsi al telefono.

«Giulia.»

Non lo avevo mai sentito parlare con quella voce.

«Papà, ho visto l’accordo con Carlo.»

«Ascoltami attentamente. Non firmare niente che i Rinaldi ti mettano davanti.»

«Nessuno mi ha chiesto di firmare.»

Silenzio.

«Papà?»

«Allora Carlo non gliel’ha ancora detto.»

Mi si gelarono le mani.

«Detto cosa?»

Mio padre respirò profondamente.

«Il matrimonio non è la parte importante dell’accordo.»

Guardai istintivamente la busta che avevo ancora con me.

«C’è un’altra clausola, Giulia.»

«Quale clausola?»

La risposta arrivò quasi in un sussurro.

«Quella che stabilisce cosa succede alla Rinaldi Group se tu e Matteo decidete di non sposarvi.»

Prima che potessi chiedergli altro, qualcuno suonò alla porta dei miei genitori.

Sentii mia madre andare ad aprire.

Poi il silenzio.

«Anna?» chiamò mio padre.

La voce di mia madre arrivò pochi secondi dopo.

«Andrea…»

Sembrava sconvolta.

«C’è Carlo.»

E dall'altra parte della telefonata sentii una seconda voce maschile.

«Sono venuto perché è arrivato il momento che Giulia sappia a chi appartiene davvero metà della mia azienda.»

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