Divertimento

Ho Rifiutato Di Sposare Il Mio Amico D’Infanzia Davanti A Sua Madre — Poi Lui È Sceso Dalle Scale E Ho Capito Chi Avevo Appena Rifiutato

Per un istante pensai di aver capito male. Rimasi immobile sul marciapiede con il telefono stretto all’orecchio, mentre dall’altra parte nessuno parlava più. Poi sentii mio padre dire qualcosa a Carlo, troppo piano perché riuscissi a distinguere le parole.

«Papà?»

«Giulia, resta dove sei.»

«Hai appena detto che esiste un’altra clausola e adesso Carlo è a casa nostra. Non resterò da nessuna parte.»

«Giulia…»

Chiusi la chiamata.

Venti minuti dopo parcheggiai davanti alla casa dei miei genitori. Un’auto nera che non conoscevo occupava metà del vialetto. La porta era socchiusa. Entrai senza bussare.

Carlo Rinaldi era in piedi nel soggiorno.

Non lo vedevo da anni, ma lo riconobbi immediatamente. Più vecchio rispetto alle fotografie, capelli ormai grigi, completo scuro perfettamente tagliato. Mio padre era davanti a lui. Mia madre sedeva sul divano con le mani intrecciate.

Tre persone si voltarono contemporaneamente verso di me.

«Giulia», disse papà.

Posai la busta sul tavolo.

«Voglio la verità.»

Carlo guardò la busta e sorrise appena.

«Lucia.»

«Non pronunciare il nome di mia moglie come se fosse colpa sua», disse una voce alle mie spalle.

Mi voltai.

Matteo era sulla porta.

«Ti avevo detto di non venire.»

«Lo so.»

Entrò comunque.

Carlo lo fissò.

«Cosa ci fai qui?»

Matteo si mise accanto a me.

«Sto cercando di capire perché mio padre abbia organizzato il mio futuro senza preoccuparsi di informarmi.»

Carlo non sembrò turbato.

«Non ho organizzato niente.»

«Davvero?»

Matteo prese dalla busta la lettera che avevo letto a casa sua.

«Questa l’hai scritta tu?»

Carlo la guardò.

«Sì.»

«Allora spiegamela.»

Mio padre intervenne.

«Non qui.»

Mi voltai verso di lui, incredula.

«Dove, papà? Fra altri trent’anni?»

Abbassò lo sguardo.

Fu Carlo a sedersi.

«Tua figlia ha ragione, Andrea.»

«Tu non hai il diritto di dirlo.»

«Forse no. Ma ormai Lucia ha aperto la porta.»

Carlo indicò una poltrona.

Non mi mossi.

«Parla.»

Mi studiò per qualche secondo.

«Quando io e tuo padre fondammo quella che sarebbe diventata la Rinaldi Group, le quote erano divise esattamente a metà.»

«Questo lo so.»

«No. Sai soltanto una parte.»

Carlo prese il documento più vecchio.

«Dopo la morte di Elena, Andrea voleva andarsene. Io avevo debiti enormi. La società sarebbe fallita entro settimane.»

«E mio padre ti cedette le sue quote.»

«Temporaneamente.»

Guardai papà.

Lui non negò.

Carlo continuò.

«L’accordo stabiliva che avrei avuto il controllo operativo della società per trent’anni. Alla scadenza, metà delle quote sarebbe tornata ad Andrea o al suo erede.»

Il cuore accelerò.

«Quando scadono i trent’anni?»

Carlo mi guardò.

«Fra diciassette giorni.»

Matteo lasciò lentamente cadere le braccia lungo i fianchi.

«Vuoi dire che tra diciassette giorni Giulia diventa proprietaria del cinquanta per cento della Rinaldi Group?»

«Potenzialmente.»

«Potenzialmente?» ripetei.

Mio padre chiuse gli occhi.

«Ecco la clausola.»

Carlo annuì.

«Se le due famiglie si fossero unite attraverso i loro eredi, le quote sarebbero confluite in un unico patrimonio familiare. Se invece l’unione non fosse avvenuta entro la scadenza…»

«Le quote vengono a me.»

«Sì.»

Mi mancò quasi il respiro.

La Rinaldi Group valeva centinaia di milioni.

«E voi volevate farmi sposare Matteo per evitare questo?»

«Io non volevo costringerti», disse mio padre.

«Hai lasciato che mamma mi consegnasse un anello!»

«Perché pensavo che conoscere Matteo non sarebbe stato un sacrificio.»

«Non è questo il punto!»

La mia voce riempì il soggiorno.

«Avreste dovuto dirmelo.»

Mia madre si alzò.

«Volevamo proteggerti.»

«Da cosa? Dal diventare proprietaria di qualcosa che mi appartiene?»

Carlo rise amaramente.

«Se fosse così semplice, sarei venuto da te anni fa.»

Matteo lo guardò.

«Cosa significa?»

Carlo rimase in silenzio.

Mio padre si avvicinò a lui.

«Non farlo.»

«Andrea, basta.»

«Avevamo promesso.»

«Abbiamo promesso quando credevamo che nascondere la verità avrebbe protetto i nostri figli.»

«Quale verità?» gridai.

Nessuno rispose.

Presi la fotografia di Elena e la sollevai.

«Ha qualcosa a che fare con lei?»

Il volto di mio padre si trasformò.

Fu sufficiente.

«Papà.»

Si sedette lentamente.

Sembrava improvvisamente invecchiato.

«Elena morì la notte in cui avremmo dovuto firmare il primo grande contratto della società.»

Carlo guardava il pavimento.

«Eravamo tutti e tre in ufficio», continuò papà. «Litigammo.»

«Per cosa?»

«Elena aveva scoperto delle irregolarità nei conti.»

Carlo alzò immediatamente lo sguardo.

«Non ricominciare.»

«Sono passati trent’anni.»

«E continui a raccontarti la stessa versione.»

Matteo si mise tra loro.

«Quali irregolarità?»

Mio padre guardò Carlo.

«Denaro che spariva.»

Il silenzio diventò glaciale.

«Stai accusando mio padre di aver rubato?» domandò Matteo.

«Non ho detto questo.»

«Lo stai suggerendo.»

Carlo si alzò.

«Elena credeva che qualcuno stesse sottraendo denaro alla società. Andrea credeva fossi io. Io credevo fosse Andrea.»

«E chi era?» chiesi.

Carlo mi guardò.

«Non lo abbiamo mai scoperto.»

«E Elena?»

Papà deglutì.

«Uscì dall’ufficio dopo la discussione. Era sconvolta. Prese l’auto.»

Capivo già cosa stava per dire.

«Ci fu un incidente.»

Matteo abbassò lentamente la testa.

«Mia zia morì quella notte?»

«Sì.»

Lucia aveva detto che Elena era morta durante il periodo peggiore della società. Non aveva detto come.

«E il giorno dopo?» chiesi.

Mio padre indicò l’accordo.

«Io volevo chiudere tutto. Carlo voleva continuare. Alla fine gli lasciai il controllo per trent’anni, ma inserii la clausola di restituzione.»

«Perché quella sul matrimonio?»

Questa volta Carlo sembrò quasi vergognarsi.

«Perché eravamo due uomini giovani e stupidi convinti che, se un giorno avessimo avuto dei figli e quei figli si fossero amati, forse le nostre famiglie avrebbero potuto smettere di odiarsi.»

Guardai Matteo.

Lui guardò me.

Per la prima volta il matrimonio non sembrava un complotto. Sembrava il residuo assurdo di una tragedia che nessuno aveva avuto il coraggio di affrontare.

Poi Matteo si voltò verso suo padre.

«Ma cinque anni fa hai scritto che il matrimonio avrebbe chiuso il debito.»

Carlo annuì.

«Perché cinque anni fa scoprii qualcosa.»

Mio padre impallidì.

«Carlo.»

«No.»

Carlo prese il telefono dalla tasca.

«Cinque anni fa, durante la digitalizzazione dei vecchi archivi, trovammo una registrazione.»

«Una registrazione di cosa?» chiesi.

«Della notte in cui Elena morì.»

Matteo fece un passo avanti.

«E non l’hai detto a nessuno?»

«L’ho detto ad Andrea.»

Mi voltai verso mio padre.

Non riusciva a guardarmi.

La rabbia mi attraversò nuovamente.

«Tu lo sapevi.»

«Giulia, quella registrazione non dimostra niente.»

«Fammi decidere da sola.»

Carlo scorse alcune cartelle sul telefono.

Poi si fermò.

Il suo viso cambiò.

«Non c’è.»

«Cosa?»

«Il file.»

Matteo gli strappò quasi il telefono.

«Dove lo conservavi?»

«Nel server privato dell’azienda. Questa è soltanto la copia sincronizzata.»

«Qualcun altro aveva accesso?»

Carlo non rispose immediatamente.

«Papà.»

«Tre persone.»

«Chi?»

«Io. Il nostro responsabile legale.»

Fece una pausa.

«E tua madre.»

Matteo lo fissò.

In quello stesso momento il mio telefono vibrò.

Un messaggio da un numero sconosciuto.

Aprii.

C’era un file audio allegato.

Sotto, una sola frase:

Se vuoi sapere perché Elena è morta, non fidarti di nessuno dei Rinaldi.

Matteo vide il messaggio sopra la mia spalla.

«Chi te l’ha mandato?»

«Non lo so.»

Premetti sull’audio.

All’inizio si sentivano soltanto fruscii. Poi una voce femminile, agitata.

«Carlo, restituisci quei documenti.»

Un uomo rispose qualcosa di incomprensibile.

Poi riconobbi la voce più giovane di mio padre.

«Elena, aspetta.»

Rumore di passi.

Una porta sbatté.

Pensavo che la registrazione fosse finita quando arrivò un’ultima frase, pronunciata dalla donna.

Una frase che fece impallidire contemporaneamente mio padre e Carlo.

«Se mi succede qualcosa, Lucia sa dove ho nascosto l’originale.»

Matteo sollevò lentamente gli occhi.

«Mamma sapeva tutto?»

Carlo non rispose.

Ma mio padre sì.

«No.»

Lo guardammo.

«Lucia non sapeva tutto.»

La sua voce tremava.

«Lucia era lì quella notte.»

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