Non riuscii a parlare. Guardavo quella donna e cercavo disperatamente un dettaglio che dimostrasse che fosse tutto un errore: la forma degli occhi, il naso, il sorriso. Ma più la osservavo, più riconoscevo il volto della ragazza nelle fotografie. Matteo sembrava altrettanto sconvolto.
«No.»
Fu l’unica parola che riuscì a pronunciare.
La donna abbassò gli occhi.
«Capisco.»
«No, non capisci.» Matteo fece un passo avanti. «Sono cresciuto credendo che mia madre fosse figlia unica. Oggi scopro che aveva una sorella morta. Tre ore dopo quella sorella è davanti a me e sostiene di essere viva.»
Si voltò verso Lucia.
«Dimmi che non è vero.»
Lucia aveva gli occhi lucidi.
«È vero.»
Matteo indietreggiò.
Io invece continuavo a pensare alla fotografia.
Per Giulia, quando sarà abbastanza grande.
«Come potevi conoscere il mio nome prima che nascessi?»
Elena mi guardò.
«Non lo conoscevo.»
Estrasse da una cartella una fotografia identica a quella trovata nella cassaforte, ma integra. Sul retro c’era la stessa frase.
Poi indicò l’inchiostro.
«Quella dedica non l’ho scritta trent’anni fa. L’ho scritta diciannove anni fa.»
«Perché?»
«Perché allora avevo deciso di tornare.»
Lucia si sedette.
Elena cominciò a raccontare.
La notte dell’incidente aveva realmente lasciato l’ufficio dopo una discussione. Aveva scoperto movimenti di denaro sospetti, ma non era Carlo né mio padre a sottrarre i fondi.
«Era Vittorio Sala.»
Matteo aggrottò la fronte.
«Il vecchio avvocato della società?»
«All’epoca gestiva conti, contratti e investitori. Carlo e Andrea si fidavano completamente di lui.»
Elena aveva copiato alcuni documenti e chiamato Lucia. Vittorio l’aveva scoperta. Dopo la discussione, Elena era partita con l’intenzione di portare le prove alla polizia.
«Qualcuno mi seguì.»
La sua voce si abbassò.
«Pioveva. Persi il controllo dell’auto. Quando mi svegliai ero in ospedale, registrata con documenti sbagliati perché la borsa era scomparsa.»
«Ma dissero che eri morta», osservai.
«Trovarono l’auto bruciata dopo l’incidente. Dentro c’erano effetti personali che sembravano miei.»
Matteo impallidì.
«Vittorio.»
Elena annuì.
«Quando capii che qualcuno aveva voluto far credere che fossi morta, ebbi paura. Non sapevo chi fosse coinvolto.»
«E hai lasciato tua sorella credere che fossi morta?» Matteo indicò Lucia.
Elena chiuse gli occhi.
«Per undici mesi.»
Lucia parlò finalmente.
«Poi mi telefonò.»
«E tu hai continuato a mentire a tutti.»
«Per proteggerla.»
«Per trent’anni?»
«Vittorio non era soltanto un avvocato. Aveva rapporti con persone che finanziavano la società. Elena possedeva prove capaci di distruggerli. Quando Vittorio morì, pensammo che fosse finalmente finita.»
«Quando è morto?» chiesi.
«Sei anni fa.»
Mi voltai immediatamente verso Lucia.
«E cinque anni fa Carlo ha trovato la registrazione.»
Elena annuì.
«Fu allora che capimmo che qualcuno stava ancora cercando i documenti.»
«Chi?»
«Non lo sappiamo.»
Matteo rise amaramente.
«Naturalmente.»
Mi avvicinai al tavolo.
«E io cosa c’entro?»
Elena mi guardò a lungo.
«Tuo padre.»
Sentii il cuore stringersi.
«Andrea fu l’unica persona, oltre a Lucia, a cui provai a dire che ero viva.»
«Provasti?»
«Gli mandai una lettera. Non ricevetti risposta. Anni dopo scoprii che non gli era mai arrivata.»
«E questo spiega il mio nome come?»
Elena inspirò profondamente.
«Diciannove anni fa tornai segretamente a Milano. Volevo finalmente parlare con Andrea. Ti vidi uscire da scuola con lui.»
La sua voce tremò.
«Avevi dieci anni. Lui ti teneva per mano.»
Improvvisamente provai qualcosa di diverso dalla rabbia. Davanti a me non c’era soltanto una donna che aveva mentito. C’era qualcuno che aveva osservato da lontano la vita che aveva perduto.
«Quella sera incontrai Lucia. Le lasciai alcuni documenti. Scrissi il tuo nome sulla fotografia perché, se fosse successo qualcosa ad Andrea, volevo che un giorno quelle prove arrivassero a te.»
«Perché a me?»
«Perché legalmente saresti diventata erede delle sue quote.»
Finalmente quella parte aveva senso.
Ma un’altra no.
«Perché non sei tornata dopo la morte di Vittorio?»
Elena e Lucia si scambiarono uno sguardo.
«Perché qualcuno mi trovò prima.»
Elena sollevò la manica. Sul polso aveva una vecchia cicatrice.
«Ricevetti fotografie tue, di Matteo, dei vostri genitori. Il messaggio era semplice: se fossi tornata pubblicamente, qualcuno avrebbe pagato.»
Matteo appoggiò entrambe le mani sul tavolo.
«E adesso perché sei qui?»
Elena aprì la cartella.
«Perché fra diciassette giorni le quote cambieranno proprietario. Chiunque abbia continuato il sistema di Vittorio non può permettere che Giulia ottenga accesso completo agli archivi della società.»
Mi si gelò lo stomaco.
«Quindi il matrimonio…»
«Non è mai stato il vero pericolo», disse Elena. «Il vero pericolo è che tu diventi socia.»
Estrasse una chiavetta USB.
«Qui ci sono copie di alcuni movimenti finanziari. Negli ultimi trent’anni il sistema è cambiato, ma il metodo è rimasto quasi identico.»
Matteo la prese.
«Hai un nome?»
«Ho un sospetto.»
«Chi?»
Elena stava per rispondere quando il rumore di un motore arrivò dall’esterno.
Lucia si alzò.
«Aspettavi qualcuno?»
Elena impallidì.
«No.»
I fari di un’auto attraversarono le finestre sporche del laboratorio.
Poi una seconda auto si fermò.
Matteo spense immediatamente la luce.
«Restate qui.»
«Non fare l’eroe», sussurrai.
Ci spostammo dietro una parete interna. Sentimmo aprirsi la porta principale.
Passi.
Una voce maschile.
«Elena?»
Lucia mi afferrò il braccio.
Riconobbi quella voce.
«Papà?»
Uscii prima che qualcuno potesse fermarmi.
Andrea era al centro del vecchio laboratorio.
Dietro di lui c’era Carlo.
Quando mio padre vide Elena, smise letteralmente di respirare.
Per alcuni secondi nessuno dei due si mosse.
«Sei viva.»
Elena aveva le lacrime agli occhi.
«Ciao, Andrea.»
Mio padre fece un passo verso di lei, poi si fermò.
«Tutti questi anni…»
«Mi dispiace.»
«Mi hai lasciato seppellire una bara vuota.»
La voce gli si spezzò.
Elena abbassò la testa.
Carlo, invece, la guardava con un’espressione impossibile da interpretare.
«Lucia sapeva.»
Non era una domanda.
Lucia uscì dall’ombra.
«Sì.»
Carlo chiuse gli occhi.
Matteo comparve accanto a me.
Per la prima volta vedevo tutta la generazione dei nostri genitori nello stesso luogo dove la loro storia era cominciata.
Poi Elena guardò Carlo.
«Dobbiamo smetterla di nascondere tutto.»
Carlo rise amaramente.
«Un po’ tardi.»
«Ho trovato i movimenti recenti.»
Quella frase cambiò il suo volto.
«Quali movimenti?»
«Quelli che continuano ancora oggi.»
Carlo guardò Matteo.
Poi me.
«Datemi la chiavetta.»
Matteo strinse il pugno attorno alla USB.
«Perché?»
«Perché se contiene ciò che penso, non deve essere collegata a nessun computer.»
«Hai detto che non sapevi chi continuava il sistema.»
«Infatti non lo sapevo.»
Carlo guardò Elena.
«Ma adesso credo di sì.»
Prima che potesse continuare, il telefono di mio padre vibrò.
Andrea guardò lo schermo.
Il colore scomparve dal suo viso.
«Che succede?» chiesi.
Mi mostrò il messaggio.
Era una fotografia scattata pochi secondi prima.
Noi sei dentro il laboratorio.
Qualcuno ci stava osservando dall’esterno.
Sotto c’era scritto:
Avete diciassette giorni per lasciare le quote dove sono.
Poi arrivò un secondo messaggio.
Questa volta conteneva un documento.
Matteo lo aprì.
Era un estratto bancario recente della Rinaldi Group. Una serie di trasferimenti conduceva alla stessa società estera.
Matteo lesse il nome.
Si immobilizzò.
«Papà.»
Carlo non rispose.
«Perché questa società porta il nome di Londra dove lavoravo io?»
Presi il documento.
In fondo alla pagina c’era il nome della persona autorizzata sul conto.
Matteo Rinaldi.
Lo guardai.
«Matteo?»
«Non ho mai visto questo conto.»
Carlo si avvicinò lentamente.
Poi disse qualcosa che fece sembrare improvvisamente la chiavetta nella mano di Matteo una trappola.
«Non vogliono soltanto impedire a Giulia di entrare nella società.»
Fissò suo figlio.
«Stanno preparando le prove per far sembrare che sia stato tu a rubare il denaro.»






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