Divertimento

Mia Suocera Gettò Le Mie Valigie Fuori E Disse: «Vattene Da Casa Di Mio Figlio» — Poi Le Mostrai Chi Era La Vera Proprietaria

Per qualche secondo continuai a fissare Alessandro senza riuscire a collegare l’uomo davanti a me con quello che avevo sposato sei anni prima. Novecentomila euro. La cifra sembrava assurda, troppo grande per appartenere alla nostra vita. Eppure la paura sul volto di mio marito era reale.

Aprii la porta.

Paolo era nel corridoio, pallido.

«Dov’è?»

Indicò il salone. «Teresa lo ha fatto entrare.»

Alessandro mi afferrò il polso.

«Francesca, aspetta.»

Abbassai gli occhi sulla sua mano finché non mi lasciò.

«Hai falsificato la mia firma e cercato di mettere la mia casa a garanzia di un debito che mi hai nascosto. Hai perso il diritto di chiedermi di aspettare.»

«Non sai tutto.»

«È proprio questo il problema.»

Attraversai il corridoio con la cartellina stretta contro il petto. Nel salone trovai Teresa in piedi accanto al camino e un uomo sui cinquant’anni vicino alla finestra. Elegante, cappotto scuro, nessuna espressione minacciosa. Fu proprio la sua calma a mettermi a disagio.

Quando mi vide, guardò prima me e poi Alessandro.

«Immagino che questa sia Francesca.»

«Lei chi è?» domandai.

«Riccardo Balestri.»

Mi porse la mano. Non la presi.

«Paolo dice che mio marito le deve quasi novecentomila euro.»

Teresa si voltò di scatto.

«Cosa?»

Riccardo guardò Alessandro.

«Quindi tua madre non sapeva nemmeno questo.»

Teresa avanzò verso il figlio. «Alessandro, di cosa sta parlando?»

«Mamma, non adesso.»

«Hai dei debiti?»

Riccardo sorrise appena. «Direi che “dei debiti” è un modo piuttosto gentile di definirli.»

Aprii la cartellina sulla pagina della falsa firma.

«Questo documento viene da lei?»

Riccardo lo osservò e aggrottò la fronte.

«No.»

«Ma riguarda il denaro che Alessandro le deve.»

«In parte.»

Quelle due parole mi fecero capire che la situazione era ancora peggiore.

«Spieghi.»

Alessandro intervenne. «Riccardo, non devi raccontarle niente.»

L’uomo lo guardò con una freddezza improvvisa.

«Hai usato il mio nome per ottenere altri finanziamenti e adesso vorresti dirmi cosa devo fare?»

Teresa si lasciò cadere sul divano.

Io rimasi immobile.

Riccardo spiegò che due anni prima Alessandro gli aveva chiesto un investimento per Conti Design. L’azienda aveva perso tre clienti importanti e aveva problemi di liquidità. Riccardo aveva versato trecentomila euro in cambio di una quota futura della società. Alessandro gli aveva assicurato che la crisi sarebbe durata pochi mesi.

Non era successo.

«Quanto le deve realmente?» domandai.

«A me, compresi gli interessi e alcune anticipazioni successive, poco più di cinquecentomila.»

Indicai il documento.

«E gli altri?»

«Banche. Fornitori. Una società di credito. Forse altro.»

Mi voltai verso Alessandro.

«Da quanto tempo?»

«Francesca…»

«Da quanto tempo la tua azienda sta fallendo?»

La sua voce uscì quasi in un sussurro.

«Diciotto mesi.»

Diciotto mesi.

Ripensai alle nostre cene, ai fine settimana fuori città, alle sere in cui Alessandro tornava tardi dicendo di avere nuovi progetti. Io gli avevo creduto.

«Perché non me l’hai detto?»

«Perché avresti cercato di salvarmi.»

La risposta mi spiazzò.

«E sarebbe stato peggio?»

«Sì!»

Alessandro finalmente esplose.

«Perché questa casa è tua, i risparmi sono quasi tutti tuoi, persino i contatti che hanno aiutato la mia azienda all’inizio venivano da tuo padre! E io ero stanco di sentirmi quello che vive grazie a Francesca.»

Lo guardai incredula.

«Io non ti ho mai fatto sentire così.»

«Tu no. Gli altri sì.»

Teresa sollevò il viso.

«È questo che mi hai raccontato?»

Alessandro non rispose.

Lei sembrava finalmente capire. «Mi hai detto che Francesca controllava i conti. Che ti impediva di investire. Che la società sarebbe cresciuta se lei non ti avesse tenuto legato.»

«Avevo bisogno che tu smettessi di fare domande.»

Teresa rimase senza parole.

Per la prima volta provai quasi pietà per lei. Alessandro aveva alimentato il suo risentimento verso di me perché gli serviva qualcuno che credesse alla sua versione.

Poi ricordai le mie valigie sul vialetto.

La pietà svanì.

«E stasera?» domandai. «Perché dovevo essere mandata via proprio stasera?»

Alessandro guardò Riccardo.

Lui capì.

«Non sono venuto per cacciarla di casa», disse. «Sono venuto perché Alessandro mi aveva promesso una soluzione entro oggi.»

«Quale soluzione?»

Silenzio.

Presi il documento con la firma falsa.

«Questa?»

Riccardo scosse la testa.

«Quello è probabilmente il piano successivo.»

Sentii un nodo allo stomaco.

«Qual era il primo?»

Fu Paolo a parlare.

«La separazione.»

Ci voltammo tutti verso di lui.

Alessandro chiuse gli occhi.

Paolo continuò. «Ale pensava che se tu fossi andata via volontariamente e aveste iniziato una separazione, avrebbe potuto sostenere che la villa fosse parte del patrimonio familiare.»

«È assurdo.»

«Lo so.»

«Non avrebbe funzionato.»

«Lo so anche questo.»

Guardai Alessandro.

«Tu credevi davvero di poter rivendicare casa mia?»

«Non volevo portartela via.»

«Hai falsificato la mia firma.»

«Quella firma non l’ho fatta io.»

La stanza diventò improvvisamente silenziosa.

Fissai mio marito.

«Cosa hai detto?»

Alessandro indicò il foglio.

«Ho preparato la pratica, sì. Ho dato alla banca i documenti della casa. Ma quando mi hanno detto che serviva la firma del proprietario, mi sono fermato.»

«E questa da dove viene?»

«Non lo so.»

Riccardo prese il fascicolo e osservò attentamente la pagina.

«Chi aveva accesso a questi documenti?»

Alessandro esitò.

Poi guardò sua madre.

Teresa si alzò immediatamente.

«Non guardare me.»

«Mamma, sei stata tu a prendere la cartellina dal mio ufficio la settimana scorsa.»

«Perché mi avevi chiesto i documenti della società!»

«Non quelli della casa.»

La tensione cambiò direzione.

Teresa guardò la firma e poi me.

«Non sono stata io.»

Per quanto la detestassi in quel momento, qualcosa nella sua voce mi fece dubitare che stesse mentendo.

Riccardo voltò la pagina.

«Aspettate.»

Estrasse un altro foglio.

Era una copia della richiesta inviata alla banca. In fondo compariva il nome del consulente che aveva gestito la pratica.

Lessi lentamente.

Studio Finanziario Bellini & Associati.

Quel nome mi era familiare.

Troppo familiare.

«Bellini?» sussurrai.

Paolo impallidì.

Alessandro lo notò.

«Che c’è?»

Paolo fece un passo indietro.

«Niente.»

«Paolo.»

«Ho detto niente.»

Ma ormai lo stavo guardando.

«Tu conosci questo studio.»

Paolo abbassò gli occhi.

Riccardo prese il telefono e digitò qualcosa. Dopo pochi secondi sollevò lo schermo.

«Il referente della pratica è un certo Luca Bellini.»

Il cuore mi diede un colpo.

Conoscevo quel nome.

Luca era stato il commercialista di mio padre.

L’uomo che, dopo la sua morte, aveva gestito per quasi tre anni tutti i documenti relativi alla villa.

«È impossibile», dissi.

Riccardo continuò a leggere.

«A quanto pare lavora ancora con qualcuno della famiglia.»

«Con chi?»

Riccardo girò lentamente il telefono verso di me.

Sul documento compariva il nominativo del cliente che aveva autorizzato Bellini a preparare la pratica immobiliare.

Non era Alessandro.

Non era Teresa.

Era Paolo Conti.

Alzai gli occhi verso mio cognato.

Paolo era diventato bianco.

«Francesca», disse lentamente, «posso spiegarti.»

Quella sera era già la seconda volta che sentivo quelle parole.

Ma stavolta Paolo aggiunse qualcosa che fece voltare persino Alessandro.

«La firma non è il problema più grave.»

Inspirò profondamente.

«Il problema è che qualcuno sta cercando di dimostrare che tuo padre non aveva il diritto di lasciarti questa villa.»

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