Divertimento

Mia Suocera Gettò Le Mie Valigie Fuori E Disse: «Vattene Da Casa Di Mio Figlio» — Poi Le Mostrai Chi Era La Vera Proprietaria

«Soci in cosa?»

Teresa non rispose subito. Continuava a fissare il pavimento, come se sotto quelle piastrelle ci fosse sepolto qualcosa che aveva sperato di non dover mai riportare alla luce. Alessandro rimase davanti a lei, immobile. Paolo, invece, sembrava sinceramente sconvolto.

«Mamma, papà non ha mai avuto una società con Carlo Rinaldi.»

Teresa sollevò lentamente lo sguardo.

«Non ufficialmente.»

Quelle due parole mi fecero capire che stavamo entrando in una parte della storia che nessuno aveva mai voluto raccontarmi.

Ventisette anni prima, spiegò, Vittorio Conti non era ancora l’imprenditore rispettato che io avevo conosciuto. Aveva una piccola impresa edile piena di debiti. Mio padre Carlo, invece, aveva talento nel restauro ma pochissimo capitale. Si erano conosciuti durante il recupero di un palazzo ottocentesco e avevano iniziato a lavorare insieme: Carlo trovava gli immobili e dirigeva i restauri, Vittorio procurava finanziamenti e clienti.

«Perché mio padre non me ne ha mai parlato?»

«Perché finirono malissimo.»

Teresa strinse le mani.

«Ci fu un progetto importante. Una villa vicino a Firenze. Vittorio sosteneva di aver investito molto più denaro di quanto Carlo riconoscesse. Tuo padre sosteneva invece che Vittorio avesse prelevato soldi senza autorizzazione.»

«Chi aveva ragione?»

«Non l’ho mai saputo.»

Riccardo intervenne. «Esisteva una società?»

«Non nel modo normale. Usavano aziende diverse e accordi privati.»

«Come quello dei centottantamila euro», dissi.

Teresa mi guardò.

«Forse.»

Sentii la rabbia salire. «Forse? Hai appena cercato di buttarmi fuori dalla mia casa e adesso scopro che tuo marito potrebbe aver finanziato parte del suo acquisto. Voglio qualcosa di più di forse.»

Teresa si alzò.

«Io non sapevo della causa.»

«Ma sapevi del rapporto tra loro.»

«Sì.»

«E hai taciuto per sei anni.»

«Perché Vittorio me lo aveva chiesto.»

Alessandro scosse la testa. «Perché papà avrebbe riattivato la società di Carlo prima del nostro matrimonio?»

Teresa si voltò verso di lui.

«Non lo so.»

Questa volta non le credetti.

«Teresa.»

«Non lo so tutto», corresse. «Ma ricordo che quando Alessandro ti presentò a noi, Vittorio riconobbe immediatamente il tuo cognome.»

Un ricordo improvviso mi attraversò.

La prima cena con i Conti.

Vittorio mi aveva chiesto il nome di mio padre. Quando avevo risposto, era rimasto in silenzio per qualche secondo. All’epoca avevo pensato fosse semplice curiosità.

«Tre giorni dopo», continuò Teresa, «andò a cercare dei vecchi documenti.»

«Quali?»

«Non me lo disse.»

Riccardo prese il telefono. «Se Bellini amministrava la società, potrebbe avere quei documenti.»

«Bellini lavorava per mio padre», dissi.

Teresa mi guardò.

«Anche per Vittorio.»

Il silenzio diventò pesante.

«Da quando?»

«Da molti anni.»

Mi sentii tradita da un uomo che avevo considerato quasi parte della famiglia. Luca Bellini era stato al funerale di mio padre. Mi aveva aiutata con la successione. Aveva persino brindato al mio matrimonio.

«Dobbiamo trovarlo.»

Paolo scosse la testa. «Non risponde.»

«Allora andiamo nel suo studio.»

Guardai l’orologio. Erano quasi le nove.

«A quest’ora sarà chiuso», disse Alessandro.

«Non mi interessa.»

Presi le chiavi della macchina.

«Francesca, vengo con te.»

Mi voltai verso mio marito.

«No.»

«Questa cosa riguarda anche mio padre.»

«E tu mi hai mentito per diciotto mesi. Non so ancora se posso fidarmi di te.»

La frase lo colpì, ma non protestò.

Fu Riccardo a seguirmi. «Vengo io.»

Paolo volle accompagnarci. Teresa rimase con Alessandro.

Quaranta minuti dopo eravamo davanti allo Studio Bellini & Associati. Le finestre erano buie, ma una luce proveniva dal piano superiore.

«Qualcuno è dentro», disse Paolo.

Suonammo.

Nessuna risposta.

Chiamai Luca.

Sentimmo un telefono squillare oltre la porta.

Ci guardammo.

«È lì», sussurrai.

Poi il telefono smise.

Un minuto dopo la porta si aprì.

Ma non fu Luca Bellini a comparire.

Era una donna sulla sessantina, capelli grigi raccolti, cappotto chiaro. Quando mi vide, si immobilizzò.

«Francesca?»

«Ci conosciamo?»

Lei mi fissò a lungo.

«Tu non ti ricordi di me.»

Scossi la testa.

La donna fece un sorriso triste.

«Mi chiamo Elena Marchetti.»

Quel nome non significava nulla.

«Sto cercando Luca Bellini.»

«Luca se n’è andato.»

«Dove?»

«Non lo so.»

«Lei cosa ci fa qui?»

Elena guardò Riccardo e Paolo.

«Vorrei parlare con Francesca da sola.»

«No», risposi. «Qualunque cosa abbia da dire può dirla davanti a loro.»

Lei esitò, poi aprì completamente la porta.

Lo studio era in disordine. Scatole aperte, cassetti svuotati, faldoni sparsi.

«Che cosa è successo?»

«Luca ha portato via molti documenti.»

«Quando?»

«Oggi pomeriggio.»

Mi si strinse lo stomaco.

«Sapeva che sarei venuta?»

Elena mi guardò.

«Sapeva che presto avresti scoperto tutto.»

«Tutto cosa?»

Lei si avvicinò a una cassaforte aperta e tirò fuori una vecchia busta.

Sul fronte riconobbi immediatamente la calligrafia di mio padre.

Per Francesca.

Le mani iniziarono a tremarmi.

«Dove l’ha trovata?»

«Carlo me la diede poco prima di morire.»

La guardai sconvolta.

«Conosceva mio padre?»

Gli occhi di Elena si riempirono di lacrime.

«Molto bene.»

Aprii la busta.

Dentro c’erano una lettera e una fotografia.

Nella foto, mio padre era molto più giovane. Accanto a lui c’era Vittorio Conti.

E tra loro c’era Elena.

Sul retro era scritta una data di ventotto anni prima.

Lessi la lettera.

Mio padre spiegava che se qualcosa fosse accaduto a lui, avrei dovuto verificare tutti i rapporti finanziari con Vittorio Conti. Scriveva che esisteva un accordo che non doveva finire nelle mani sbagliate.

Poi trovai una frase sottolineata.

La villa non è mai stata il vero obiettivo.

Sentii Riccardo avvicinarsi.

Continuai.

Se qualcuno proverà a contestarne la proprietà, significa che sta cercando ciò che ho nascosto attraverso la società.

Mi fermai.

«Nascosto cosa?»

Elena chiuse gli occhi.

«Carlo sapeva che un giorno qualcuno avrebbe cercato quella cosa.»

«Quale cosa?»

«Un archivio.»

«Che tipo di archivio?»

Elena esitò.

«Documenti sui progetti che Carlo e Vittorio avevano gestito insieme. Pagamenti, proprietà, accordi privati. Abbastanza da dimostrare chi aveva realmente finanziato alcune operazioni.»

Riccardo capì prima di me.

«Quindi la causa sulla villa potrebbe essere solo un modo per ottenere accesso ai documenti patrimoniali di Francesca.»

Elena annuì.

«E forse alla villa stessa.»

«Perché?»

Mi guardò.

«Perché Carlo nascose una parte dell’archivio lì.»

Sentii il cuore accelerare.

«Dove?»

«Non me lo disse.»

Poi Elena indicò la lettera.

In fondo c’era una seconda pagina piegata.

La aprii.

C’erano poche righe.

Francesca, se stai leggendo questo, non fidarti della versione che ti daranno sulla mia morte. Cerca il registro del progetto San Girolamo. Lì troverai il motivo per cui Vittorio e io abbiamo smesso di essere soci.

Mi mancò il respiro.

Mio padre era morto ufficialmente per un infarto.

«Cosa significa “non fidarti della versione sulla mia morte”?»

Elena non rispose.

La fissai.

«Lei sa qualcosa.»

«So soltanto quello che Carlo temeva.»

«Che cosa temeva?»

Elena stava per rispondere quando il telefono di Paolo squillò.

Era Alessandro.

Paolo rispose e mise il vivavoce.

«Ale?»

Dall’altra parte sentimmo il respiro affannoso di mio marito.

«Dove siete?»

«Nello studio di Bellini.»

Silenzio.

Poi Alessandro parlò.

«Tornate subito.»

«Perché?»

«Mamma ha trovato qualcosa tra le cose di papà.»

Guardai Elena.

«Cosa?»

La risposta di Alessandro arrivò lentamente.

«Un contratto relativo al progetto San Girolamo.»

Strinsi la lettera di mio padre.

«Cosa dice?»

«Non lo so ancora. Ma c’è una cosa che devi vedere.»

La voce gli tremava.

«In fondo al contratto ci sono tre firme.»

«Carlo, Vittorio e chi altro?»

Alessandro rimase in silenzio per alcuni secondi.

Quando pronunciò il terzo nome, Elena impallidì davanti a me.

«Elena Marchetti.»

Mi voltai verso di lei.

Elena non negò.

Si sedette lentamente su una sedia.

Poi disse qualcosa che rese improvvisamente quella vecchia fotografia molto più importante di qualsiasi documento.

«Perché San Girolamo non apparteneva soltanto ai vostri padri.»

Mi guardò negli occhi.

«Apparteneva anche a me.»

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