La voce di Lucia rimase sospesa nella villa come una condanna.
«L’ultima persona che vide Roberto vivo fu tua madre.»
Mi voltai verso Anna. Avrei voluto vedere indignazione sul suo volto, magari rabbia per un’accusa assurda. Invece mia madre sembrava terrorizzata. Mio padre le teneva ancora il braccio, ma questa volta ebbi l’impressione che non cercasse di sostenerla. Sembrava volerle impedire di andarsene.
«È vero?» domandai.
Anna guardò prima me, poi Matteo. Nei suoi occhi passò qualcosa che non riuscii a decifrare.
«Sì.»
Matteo fece un passo indietro.
«Hai visto mio padre la notte in cui è morto?»
«Sì, ma non nel modo che pensate.»
Lucia scoppiò in una risata amara.
«Naturalmente.»
«Lasciami parlare.»
Per la prima volta mia madre alzò la voce. Lucia tacque.
Anna inspirò profondamente.
«Roberto mi telefonò quella sera. Non ci sentivamo da quasi quattro anni. Disse che doveva parlarmi di Giulia e che non poteva farlo al telefono.»
Sentii Matteo irrigidirsi accanto a me.
«Del test?» chiesi.
Mia madre annuì.
«Mi disse che aveva scoperto qualcosa.»
Carlo intervenne.
«Anna, basta.»
Lei si voltò verso suo marito.
«No. Avremmo dovuto farlo trent’anni fa.»
Mio padre impallidì.
Quella frase mi fece capire che anche lui conosceva almeno una parte di ciò che stava per emergere.
Anna continuò. «Roberto mi diede appuntamento in una casa che la sua famiglia possedeva sulle colline, fuori Firenze. Quando arrivai, era agitato. Aveva bevuto. Sul tavolo c’erano alcune carte.»
«Quali carte?» domandò Matteo.
«Documenti del laboratorio.»
Lucia si avvicinò lentamente.
«Che documenti?»
«Roberto aveva scoperto che il laboratorio San Marco conservava ancora parte dell’archivio dell’epoca. Aveva chiesto a un vecchio dipendente di recuperare il fascicolo relativo al test.»
Mi sentii mancare.
«Perché? Se il risultato diceva che papà era mio padre, perché riaprire tutto dopo ventisei anni?»
Mia madre mi guardò.
«Perché Roberto aveva scoperto che il campione utilizzato come riferimento non apparteneva a Carlo.»
Nessuno parlò.
Guardai mio padre.
«Cosa significa?»
Carlo lasciò andare il braccio di Anna.
«Significa che quel test non valeva niente.»
Mi appoggiai allo schienale di una sedia.
Matteo mi raggiunse istintivamente, ma questa volta non lo respinsi.
«Come poteva succedere?» chiese.
Anna scosse la testa.
«Roberto non lo sapeva. O almeno questo mi disse. Nel fascicolo risultava un codice diverso da quello assegnato a Carlo. Qualcuno aveva sostituito un campione oppure c’era stato un errore.»
Lucia aveva gli occhi lucidi.
«E tu non mi hai detto niente.»
«Non ne ebbi il tempo.»
«Hai avuto cinque anni!»
«Perché quella notte Roberto morì.»
Il silenzio tornò improvvisamente.
Matteo guardò mia madre.
«Raccontami esattamente cosa successe.»
Anna strinse le mani.
«Litigammo. Gli dissi che dopo tutti quegli anni non poteva entrare nuovamente nelle nostre vite con un sospetto. Lui disse che non si trattava più soltanto di noi. Giulia e Matteo si frequentavano già.»
Mi si strinse lo stomaco.
Cinque anni prima io e Matteo stavamo insieme da appena sei mesi.
Roberto sapeva.
«Quindi lui aveva paura che fossimo…»
Non riuscii a terminare.
Anna annuì.
«Voleva ripetere il test.»
Matteo abbassò gli occhi.
«E tu?»
«Io rifiutai.»
«Perché?»
Mia madre mi guardò con una sofferenza che quasi non riconoscevo.
«Perché avevo paura.»
«Di cosa? Della verità?»
«Di perderti.»
Quelle parole mi fecero arrabbiare.
«Io ero già tua figlia! Qualunque fosse stato il risultato.»
«Lo so adesso.»
«Avevo ventisei anni, mamma. Non ero una bambina.»
«Per me lo eri.»
Scossi la testa.
«E poi cosa successe?»
Anna si asciugò una lacrima.
«Me ne andai. Roberto era vivo quando uscii da quella casa.»
Lucia si avvicinò.
«A che ora?»
«Poco dopo le undici.»
«Roberto chiamò l’ambulanza alle undici e quarantasette.»
Matteo si voltò verso sua madre.
«Come lo sai?»
«Ho letto il rapporto.»
«E perché la polizia non ha mai parlato di Anna?»
Lucia guardò mia madre.
«Perché nessuno sapeva che fosse lì.»
«Roberto non disse a nessuno del nostro incontro,» spiegò Anna. «E io… non lo dissi.»
«Nemmeno quando sapesti che era morto?» domandò Matteo.
Mia madre abbassò gli occhi.
«No.»
La rabbia attraversò il volto di Matteo.
«Mio padre muore meno di un’ora dopo che tu lasci casa sua e tu decidi di tacere per cinque anni?»
«Matteo.»
Gli presi il braccio.
Lui si voltò verso di me. Nei suoi occhi vidi dolore, non odio. Ma era sufficiente a spaventarmi.
«Giulia, capisci cosa significa?»
«Sì.»
«No, forse non lo capisci. Mio padre cercava di scoprire se noi potevamo avere lo stesso padre e quella stessa notte muore. Il documento che aveva recuperato sparisce. Parte del messaggio vocale viene cancellata. E tua madre non racconta a nessuno di averlo visto.»
Anna fece un passo verso di lui.
«Non gli ho fatto niente.»
«Non ho detto questo.»
«Ma lo stai pensando.»
Matteo non rispose.
Lucia sì.
«Io lo penso.»
Mio padre si mosse verso di lei.
«Un’altra accusa del genere e—»
«E cosa farai, Carlo? Continuerai a nascondere documenti?»
«Quali documenti?»
La domanda uscì dalla mia bocca immediatamente.
Lucia guardò mio padre.
Carlo diventò immobile.
«Papà?»
«Non so di cosa stia parlando.»
«Sì che lo sai,» disse Lucia. «Due giorni dopo il funerale di Roberto sei venuto a casa mia.»
Matteo guardò Carlo.
«Perché?»
Lucia non staccò gli occhi da lui.
«Mi disse che Roberto aveva passato gli ultimi mesi ossessionato dal passato. Mi pregò di non cercare risposte. Disse che avrebbe distrutto Giulia e Matteo.»
«Era vero.»
«E poi mi consegnasti una busta.»
Il cuore mi accelerò.
«Che busta?»
Carlo serrò la mascella.
«Non aveva importanza.»
Lucia aprì la borsa e ne estrasse un’altra busta, molto più piccola di quella contenente la lettera di Roberto.
«Allora perché mi dicesti di bruciarla?»
Mio padre la fissò incredulo.
«Tu l’hai conservata?»
«Per cinque anni.»
Matteo si avvicinò.
«Cosa contiene?»
Lucia mi guardò.
«Non lo so.»
«Non l’hai mai aperta?»
«Roberto era appena morto. Carlo mi disse che dentro c’era qualcosa che avrebbe potuto distruggere il ricordo di mio marito. Non ebbi il coraggio.»
Mio padre sembrava sul punto di perdere il controllo.
«Lucia, dammela.»
Lei arretrò.
«No.»
Io mi misi tra loro.
«Datela a me.»
«Giulia…» disse mio padre.
Lo guardai.
«Per tutta la vita mi avete detto che in famiglia non dovevano esserci segreti. Adesso scopro che praticamente tutti voi avete costruito la mia vita sopra uno.»
Carlo abbassò gli occhi.
Presi la busta dalle mani di Lucia.
Era ancora sigillata.
Sul retro c’era una data scritta a penna: 14 maggio, cinque anni prima.
Il giorno successivo alla morte di Roberto.
La aprii.
Dentro trovai tre fogli e una piccola chiave.
Il primo documento riportava il logo del Laboratorio San Marco. Matteo si avvicinò tanto che la sua spalla sfiorò la mia.
Lessi rapidamente.
Non era un risultato genetico.
Era un registro interno.
C’erano tre codici di campione.
Uno apparteneva a mia madre.
Uno a me.
Il terzo avrebbe dovuto appartenere a Carlo.
Accanto, però, qualcuno aveva scritto a mano:
“Campione paterno sostituito su richiesta R.M.”
«R.M.» sussurrai.
Matteo mi guardò.
«Roberto Moretti.»
Lucia portò una mano alla bocca.
«No.»
Mio padre scosse la testa.
«Non sappiamo cosa significhi.»
Continuai a leggere.
Sotto quella nota c’era un’altra annotazione.
“Campione originale conservato separatamente. Archivio 17-B.”
La piccola chiave nella busta aveva inciso proprio quel numero.
17-B.
Matteo la prese tra le dita.
«Un archivio.»
Lucia sembrava confusa.
«Ma il San Marco ha chiuso anni fa.»
«L’edificio esiste ancora,» disse mio padre.
Tutti lo guardarono.
Carlo capì immediatamente di aver detto troppo.
«Come fai a saperlo?» domandai.
«Perché…»
Si fermò.
«Perché cosa?»
Mio padre si sedette lentamente.
Sembrava improvvisamente invecchiato di dieci anni.
«Perché Roberto non fu l’unico a tornarci.»
Sentii un brivido lungo la schiena.
«Ci sei andato anche tu?»
Carlo annuì.
«La mattina dopo la sua morte.»
Anna lo guardò sconvolta.
«Non me l’hai mai detto.»
«Dovevo capire cosa avesse scoperto.»
«E cosa hai trovato?» chiese Matteo.
Mio padre alzò gli occhi verso di noi.
«L’armadietto 17-B era vuoto.»
Guardai la chiave.
«Allora non serve a niente.»
«Questo è quello che pensavo.»
Carlo indicò il terzo foglio ancora nella busta.
Non l’avevo aperto.
Era piegato in quattro.
Lo dispiegai.
C’era soltanto un indirizzo sulle colline di Firenze e una frase scritta con la grafia di Roberto.
“Se il campione non è più al San Marco, cercatelo qui.”
Sotto compariva un nome.
Lessi una volta.
Poi una seconda.
Matteo guardò il foglio e il colore scomparve dal suo volto.
«Conosci questa persona?» gli domandai.
Lui non rispose.
Lucia gli strappò quasi il documento dalle mani.
Quando vide il nome, dovette aggrapparsi a una sedia.
«Non è possibile.»
«Chi è?» chiesi.
Lucia mi fissò come se avesse appena visto un morto.
Poi pronunciò lentamente quel nome.
«Elena Moretti.»
Guardai Matteo.
«Chi è Elena?»
Fu lui a rispondermi.
«La sorella di mio padre.»
«E dov’è il problema?»
Matteo deglutì.
«Mia zia Elena è morta ventotto anni fa.»
Lucia continuava a fissare l’indirizzo.
Poi scosse lentamente la testa.
«No, Matteo.»
Alzò gli occhi verso suo figlio.
«Questo indirizzo appartiene a una donna che Roberto andava a trovare ogni anno.»
Il mio cuore accelerò.
«Come si chiamava?»
Lucia mi guardò.
«Elena.»
Poi aggiunse qualcosa che fece impallidire persino Carlo.
«E l’ultima volta che Roberto andò da lei fu tre giorni prima di morire.»






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