«Se Elena Moretti è morta ventotto anni fa, chi andava a trovare Roberto?»
La mia domanda rimase sospesa nell’aria. Lucia continuava a fissare l’indirizzo scritto sul foglio, mentre Matteo sembrava cercare nei propri ricordi qualcosa che fino a quel momento non aveva mai avuto motivo di mettere in dubbio.
«Mamma, spiegati.»
Lucia si sedette lentamente.
«Tuo padre aveva una sorella maggiore. Elena. Quando tu avevi due anni ci dissero che era morta in Svizzera, in un incidente. Roberto partì per riconoscere il corpo e tornò tre giorni dopo. Non volle mai parlare del funerale.»
«Ci dissero?» ripeté Matteo. «Chi ve lo disse?»
Lucia esitò.
«Tuo nonno.»
Matteo fece una risata incredula.
«Quindi tu non hai mai visto il corpo.»
«No.»
«Non sei andata al funerale.»
«Roberto disse che Elena aveva chiesto di essere sepolta lì.»
Guardai l’indirizzo. Era a meno di quaranta chilometri dalla villa.
«Eppure pensi che la donna che Roberto visitava fosse lei.»
Lucia annuì.
«Una volta lo seguii.»
Matteo la fissò.
«Hai seguito papà?»
«Circa otto anni fa. Usciva sempre il 17 settembre. Stessa data, ogni anno. Diceva che voleva stare da solo. Pensavo…»
Si fermò.
«Pensavi avesse un’amante,» conclusi.
Lucia abbassò lo sguardo.
«Sì. Lo seguii fino a una casa isolata vicino a Impruneta. Una donna gli aprì. La vidi soltanto di profilo, ma Roberto la abbracciò. Rimase lì quasi tre ore.»
«E non gli chiedesti niente?»
«Lo feci quella sera. Mi disse che stavo immaginando cose che non esistevano. Due giorni dopo trovai una vecchia fotografia di Elena. Era la stessa donna.»
Matteo si passò entrambe le mani sul volto.
«E hai lasciato perdere?»
Lucia lo guardò con amarezza.
«Tuo padre sapeva come chiudersi. Quando decideva che una porta doveva restare chiusa, nessuno riusciva ad aprirla.»
Io guardai l’orologio. Erano trascorsi forse quaranta minuti da quando avrei dovuto pronunciare il mio sì, ma mi sembrava di essere in quella sala da giorni.
«Andiamo all’indirizzo.»
Mia madre reagì immediatamente.
«Giulia, no.»
«Perché?»
«Perché non sappiamo chi vive lì.»
«Esattamente.»
Matteo mi guardò.
«Vengo con te.»
«Anch’io,» disse Lucia.
Scossi la testa.
«No.»
Lucia spalancò gli occhi.
«Roberto era mio marito.»
«E oggi hai già deciso una volta cosa fosse meglio per me senza chiedermelo. Non succederà di nuovo.»
La frase la colpì. Non replicò.
Mi cambiai soltanto le scarpe. Non tolsi l’abito da sposa. Non volevo perdere un’altra ora, e forse una parte di me aveva bisogno di ricordare perché stavamo facendo tutto questo.
Venticinque minuti dopo, io e Matteo stavamo percorrendo una strada stretta tra gli ulivi. Nessuno dei due aveva parlato molto.
Poi Matteo disse:
«Se il test dimostrasse che Roberto era tuo padre…»
Strinsi il volante.
«Non dirlo.»
«Dobbiamo parlarne.»
«Non ancora.»
«Giulia.»
Accostai.
Mi voltai verso di lui.
«Stamattina mi sono svegliata pensando che questa sera sarei diventata tua moglie. Nel giro di un’ora ho scoperto che mia madre ha avuto una relazione con tuo padre, che il test sulla mia paternità potrebbe essere falso e che tuo padre stava cercando la verità prima di morire. Non chiedermi anche di immaginare cosa succederebbe a noi.»
Matteo rimase in silenzio.
Poi prese la mia mano.
«Qualunque cosa troviamo, non la affronterai da sola.»
Lo guardai.
«E se la verità ci separasse?»
La sua presa si fece più forte.
«Allora almeno sarà stata la verità a farlo. Non le bugie degli altri.»
Ripartii.
La casa apparve dopo una curva: pietra chiara, persiane verdi, un giardino trascurato. Sembrava abitata. Una piccola utilitaria era parcheggiata davanti.
Suonammo.
Nessuna risposta.
Matteo bussò.
«Signora Elena?»
Sentimmo qualcosa muoversi all’interno.
La porta si aprì di pochi centimetri.
Una donna anziana ci osservò attraverso la fessura. Avrà avuto circa settant’anni. Capelli bianchi raccolti, volto sottile, occhi scuri.
Poi vide Matteo.
La porta si spalancò.
La donna portò una mano alla bocca.
«Roberto…»
Matteo rimase immobile.
«No. Sono Matteo. Suo figlio.»
La donna iniziò a tremare.
«Matteo.»
Sentire il proprio nome pronunciato da una sconosciuta lo sconvolse.
«Lei è Elena Moretti?»
La donna guardò verso la strada.
«Entrate.»
Appena fummo dentro, chiuse a chiave.
La casa era semplice, quasi spoglia. Su una credenza c’erano fotografie capovolte.
Matteo non perse tempo.
«Mi hanno detto che Elena Moretti è morta ventotto anni fa.»
La donna sorrise tristemente.
«Per la famiglia Moretti, sì.»
«Perché?»
Lei mi guardò.
«Prima ditemi chi è lei.»
«Giulia Bianchi.»
Il suo volto cambiò.
Non fu sorpresa.
Fu riconoscimento.
«Anna ha una figlia.»
Mi si gelò il sangue.
«Conosce mia madre?»
Elena chiuse gli occhi.
«Conoscevo tutti loro.»
«Roberto veniva qui?»
«Ogni anno.»
«Perché?»
La donna indicò due sedie.
«Per chiedermi perdono.»
Matteo rimase in piedi.
«Per cosa?»
Elena lo fissò.
«Per avermi lasciata diventare morta mentre ero ancora viva.»
Poi raccontò.
Ventotto anni prima aveva scoperto che l’azienda di famiglia, allora amministrata da suo padre, utilizzava il laboratorio San Marco per falsificare alcuni esami medici legati a una causa milionaria. Elena aveva minacciato di denunciare tutto. Suo padre le aveva dato una scelta: sparire o trascinare Roberto nello scandalo, perché alcune firme sui documenti erano anche sue.
«Roberto non sapeva cosa firmava all’inizio,» disse. «Quando capì, era troppo tardi.»
«Quindi inscenaste la sua morte?» domandai.
«Mio padre la inscenò. Io accettai di sparire. Ero terrorizzata.»
Matteo camminava avanti e indietro.
«Cosa c’entra il mio matrimonio con tutto questo?»
Elena mi guardò.
«Il San Marco non falsificava soltanto esami medici.»
Il mio stomaco si chiuse.
«Anche test genetici.»
«Il mio?»
«Roberto venne da me cinque anni fa con il registro del tuo test. Aveva scoperto la sostituzione.»
Matteo si avvicinò.
«Chi sostituì il campione di Carlo?»
Elena esitò.
«Non Roberto.»
Quella risposta ci colpì entrambi.
«Ma sul registro ci sono le iniziali R.M.»
«Non indicano Roberto Moretti.»
Tirai fuori il foglio dalla borsa.
«Allora chi?»
Elena indicò una fotografia sulla credenza.
La girò.
Ritraeva Roberto molto giovane insieme a un altro uomo davanti al laboratorio San Marco.
Sotto c’erano due nomi.
Roberto Moretti.
Riccardo Mancini.
«R.M.,» sussurrai.
Elena annuì.
«Riccardo dirigeva il reparto genetico.»
Matteo si chinò verso la fotografia.
«È ancora vivo?»
«Sì.»
«Dov’è?»
«Non lo so. È sparito dopo la chiusura del laboratorio.»
Mi ricordai della frase di Roberto.
Se il campione non è più al San Marco, cercatelo qui.
«Roberto le lasciò qualcosa?»
Elena rimase immobile.
Poi guardò il mio abito da sposa.
«Quindi Lucia ha cercato davvero di fermarvi.»
«Ha strappato il mio velo davanti a tutti.»
Elena chiuse gli occhi.
«Roberto temeva che sarebbe successo.»
Si alzò e raggiunse una vecchia cassapanca. Da sotto alcuni tessuti estrasse una scatola metallica.
«Tre giorni prima di morire venne qui. Mi disse che se fosse successo qualcosa avrei dovuto consegnare questa scatola soltanto a Giulia o Matteo. Mai a Lucia. Mai ad Anna. Mai a Carlo.»
Matteo ed io ci guardammo.
Elena appoggiò la scatola sul tavolo.
La chiave 17-B entrò perfettamente nella serratura.
Dentro c’era una provetta sigillata, avvolta in materiale protettivo.
Sull’etichetta lessi:
C.B. – campione originale.
Carlo Bianchi.
Mi tremarono le mani.
«È questo.»
Elena annuì.
«Roberto lo recuperò dal San Marco.»
Accanto alla provetta c’era una busta più recente.
Matteo la aprì.
Conteneva un secondo rapporto.
Lesse in silenzio.
Poi si fermò.
«Cosa c’è?» domandai.
Mi porse il documento.
Era un’analisi effettuata cinque anni prima.
Roberto aveva confrontato il campione originale di Carlo con un campione attribuito a me.
Risultato di compatibilità paterna: esclusa.
Sentii il pavimento scomparire sotto i piedi.
«Carlo non è mio padre.»
Matteo mi afferrò prima che cadessi.
Ma Elena scosse immediatamente la testa.
«Non basta.»
La guardai attraverso le lacrime.
«Cosa significa non basta?»
«Roberto fece anche un secondo confronto.»
Matteo diventò pallido.
«Con il proprio DNA.»
Elena annuì.
«Dov’è il risultato?»
«Non c’è.»
«Perché?»
«Perché Roberto non si fidava più di nessun laboratorio. Mi disse che avrebbe fatto verificare personalmente i campioni da qualcuno che conosceva all’estero.»
«E ci riuscì?»
Elena non rispose subito.
Poi estrasse dalla scatola una fotografia.
Ritraeva Roberto davanti a questa stessa casa, cinque anni prima. Accanto a lui c’era un uomo che non avevo mai visto.
Sul retro Roberto aveva scritto soltanto:
“Lui conosce la verità sulla nascita di Giulia.”
Matteo fissò l’uomo.
Poi il suo volto cambiò.
«Io lo conosco.»
«Chi è?»
Matteo sollevò lentamente gli occhi verso di me.
«Si chiama Andrea Conti. Era il medico personale di mio padre.»
Elena scosse la testa.
«No.»
Indicò l’uomo nella fotografia.
«Andrea Conti era il nome che usava dopo aver lasciato Firenze.»
Mi avvicinai.
«Qual era il suo vero nome?»
Elena esitò, poi pronunciò la risposta.
«Riccardo Mancini.»
L’uomo che aveva sostituito il campione del test di paternità aveva vissuto per anni accanto a Roberto sotto un’altra identità.
Ma Elena non aveva ancora finito.
«La sera prima di morire, Roberto mi telefonò. Disse di aver finalmente capito perché Riccardo aveva falsificato quel test trentun anni fa.»
Matteo strinse la fotografia.
«Perché?»
Elena guardò direttamente me.
«Perché non stava cercando di nascondere chi fosse tuo padre, Giulia.»
Sentii il cuore fermarsi.
«Stava cercando di nascondere chi fosse tua madre.»






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