Per alcuni secondi pensai di aver capito male.
«Mia madre?»
Elena non distolse lo sguardo.
«Roberto disse esattamente questo.»
Scossi la testa. «No. Mia madre è Anna. Ci sono fotografie di lei incinta. Mio padre era presente quando sono nata. Ho vissuto trentun anni con loro.»
«Non sto dicendo che Anna non ti abbia cresciuta.»
«Ha detto che qualcuno cercava di nascondere chi fosse mia madre.»
Matteo intervenne prima che perdessi completamente il controllo.
«Elena, niente mezze frasi. Se sai qualcosa, dillo.»
La donna sembrò improvvisamente molto più vecchia.
«Io conosco soltanto ciò che Roberto riuscì a ricostruire. Il resto dovete chiederlo a Riccardo.»
«Dove si trova?»
Elena esitò.
«Roberto aveva un appartamento a Firenze che Lucia non conosceva. Dopo la sua morte, Riccardo continuò a pagare l’affitto per qualche anno. Non so se lo faccia ancora.»
Ci diede l’indirizzo.
Prima di uscire, presi la provetta di Carlo e il rapporto. Elena mi fermò sulla porta.
«Giulia.»
Mi voltai.
«Qualunque cosa scoprirai, ricordati che essere madre e partorire qualcuno non sono necessariamente la stessa cosa.»
Quelle parole mi accompagnarono per tutto il viaggio.
Matteo guidava. Io chiamai mia madre.
«Dove sei?»
«Ancora alla villa.»
«Resta lì.»
«Giulia, avete trovato qualcosa?»
Guardai il rapporto sulle mie ginocchia.
«Sì.»
Silenzio.
«Carlo non è mio padre biologico.»
Sentii Anna inspirare bruscamente.
«Quel test potrebbe essere sbagliato.»
«È stato fatto usando il campione originale.»
Non rispose.
«Mamma, chi è Riccardo Mancini?»
La chiamata diventò muta.
«Mamma?»
Poi udii qualcosa cadere.
«Dove hai sentito quel nome?»
Non c’era più paura nella sua voce.
C’era terrore.
«Quindi lo conosci.»
«Giulia, ascoltami. Non cercarlo.»
«Perché?»
«Perché quell’uomo ha distrutto abbastanza vite.»
La chiamata si interruppe.
Matteo mi guardò.
«È stata lei?»
Controllai il telefono.
«Sì.»
Pochi secondi dopo arrivò un messaggio da Anna.
NON ANDATE DA RICCARDO. STO VENENDO IO.
Mostrai lo schermo a Matteo.
Lui accelerò.
L’appartamento era al secondo piano di un vecchio edificio vicino a Porta Romana. Sul campanello non c’era scritto Conti né Mancini, soltanto A.C.
Matteo bussò.
Nessuna risposta.
Bussò di nuovo.
«Andrea? Sono Matteo Moretti.»
Sentimmo una serratura.
La porta si aprì.
L’uomo della fotografia aveva quasi settant’anni. Capelli completamente bianchi, occhiali sottili, postura ancora elegante.
Guardò Matteo.
Poi me.
Il colore gli scomparve dal volto.
«Giulia.»
Feci un passo indietro.
«Come sa chi sono?»
Lui chiuse gli occhi.
«Entrate.»
«Prima mi dica il suo nome.»
L’uomo rimase immobile.
«Andrea Conti.»
Tirai fuori la fotografia.
«Provi di nuovo.»
Quando vide l’immagine, smise di fingere.
«Riccardo Mancini è morto molti anni fa.»
«Come Elena Moretti?»
Il suo sguardo cambiò.
Matteo si mise davanti alla porta.
«Mio padre sapeva chi eri.»
Riccardo sospirò.
«Sì.»
«E tu sai perché è morto.»
«Roberto è morto per un infarto.»
«Dopo averti incontrato?»
Riccardo non rispose.
Entrammo.
Il soggiorno era pieno di libri e vecchie cartelle. Nessuna fotografia di famiglia.
Appoggiai il rapporto sul tavolo.
«Carlo non è mio padre.»
Riccardo guardò il foglio senza toccarlo.
«Lo sapevo.»
Quelle due parole mi fecero tremare.
«Roberto?»
«Non lo so.»
«Non mi menta.»
«Non sto mentendo. Trentuno anni fa non confrontai mai il tuo DNA con quello di Roberto.»
Matteo si irrigidì.
«Allora perché hai sostituito il campione?»
Riccardo si tolse gli occhiali.
«Perché Anna me lo chiese.»
Sentii qualcosa crollare dentro di me.
«Mia madre ordinò di falsificare il test?»
«Anna voleva proteggerti.»
«Da cosa?»
«Da Carlo.»
Quasi risi per l’assurdità.
«Carlo mi ha cresciuta. Mi ha amata per trentun anni.»
«E infatti Anna aveva ragione su una cosa. Carlo divenne un buon padre.»
«Divenne?»
Riccardo abbassò lo sguardo.
«Quando seppe della gravidanza, Carlo disse ad Anna che avrebbe riconosciuto la bambina soltanto se fosse stata sua. Se il test avesse dimostrato il contrario, l’avrebbe lasciata.»
Mi mancò il respiro.
«E Anna falsificò il risultato.»
«Sì.»
«Per farmi credere che Carlo fosse mio padre.»
«Sì.»
«Ma questo non spiega perché Roberto abbia detto che il segreto riguardava mia madre.»
Riccardo rimase in silenzio.
Poi si alzò.
«Perché Anna non ti ha partorita.»
Non sentii più niente.
Matteo parlò al posto mio.
«Ha appena detto che Anna era incinta.»
«Lo era.»
«Allora come può—»
«La bambina che Anna partorì non sopravvisse.»
Il mondo sembrò inclinarsi.
Mi aggrappai al tavolo.
«No.»
Riccardo continuò con evidente fatica.
«Nacque prematura. Visse meno di un’ora.»
«Basta.»
«Giulia…»
«Ho detto basta.»
Matteo mi raggiunse.
«Guardami.»
Non ci riuscivo.
Tutto ciò che ricordavo della mia infanzia aveva improvvisamente un significato diverso. Mia madre che conservava ogni mio disegno. Mio padre che mi chiamava principessa. Le fotografie del pancione. Il giorno in cui Anna mi aveva detto che appena mi aveva presa in braccio aveva capito che avrebbe dato la vita per me.
Appena mi aveva presa in braccio.
Non aveva mai detto appena eri nata.
«Da dove vengo?» sussurrai.
Riccardo si sedette.
«Quella stessa notte, nello stesso ospedale, nacque un’altra bambina.»
Matteo impallidì.
«E avete scambiato i neonati?»
«No. Non nel modo che pensi.»
Riccardo si massaggiò la fronte.
«L’altra madre voleva rinunciare alla figlia. Era giovane, sola e terrorizzata. Anna aveva appena perso la sua bambina. Quando venni a sapere della situazione… presi una decisione che non avevo alcun diritto di prendere.»
«Lei era medico lì?»
«Specializzando.»
Mi sentii nauseata.
«Ha falsificato i documenti.»
«Sì.»
«E Carlo?»
«Non seppe mai che la neonata era morta. Anna era stata sedata. Io modificai alcuni registri. Quando si svegliò, le dissi che la bambina era sopravvissuta.»
Lo fissai.
«Anna non lo sapeva?»
«Non all’inizio.»
Quella precisazione mi trafisse.
«Quando lo scoprì?»
«Sei mesi dopo.»
«E rimase in silenzio per trent’anni.»
Riccardo annuì.
Matteo aveva un’espressione dura.
«Perché hai fatto tutto questo? Non si falsifica una nascita per pietà.»
Riccardo lo guardò.
«Hai ragione.»
Un rumore improvviso arrivò dal corridoio.
La porta dell’appartamento si spalancò.
Anna entrò ansimando.
Quando vide Riccardo, si fermò.
«Tu.»
Lui si alzò.
«Anna.»
Mia madre attraversò la stanza e gli diede uno schiaffo.
«Avevi promesso che non glielo avresti mai detto.»
«Roberto aveva già scoperto tutto.»
«Roberto è morto per colpa tua!»
Matteo scattò.
«Cosa significa?»
Anna capì troppo tardi quello che aveva detto.
Riccardo impallidì.
«Non è come pensi.»
«Allora spiegamelo,» disse Matteo.
Anna si voltò verso di me.
Io non riconoscevo quasi più la donna davanti a me.
«Dimmi chi è mia madre biologica.»
Le lacrime le riempirono gli occhi.
«Giulia, io sono tua madre.»
«Dimmi chi mi ha partorita.»
Anna abbassò lo sguardo.
«Non lo so.»
Riccardo fece una risata breve e incredula.
«Adesso basta.»
Anna si voltò.
«Taci.»
«Hai mentito abbastanza.»
Riccardo aprì un cassetto della scrivania e tirò fuori una cartella sottile.
«Roberto venne da me cinque anni fa perché aveva trovato il certificato originale.»
Anna si precipitò verso di lui.
Matteo la fermò.
«No.»
Riccardo aprì la cartella.
«Roberto non morì perché aveva scoperto chi fosse il padre di Giulia. Quella era soltanto la storia che Anna gli aveva fatto credere per anni.»
Mi porse un documento.
Era una copia ingiallita di un registro ospedaliero.
Due nascite.
Una riportava il nome Anna Bianchi e, accanto, una piccola annotazione: decesso neonatale.
L’altra riportava un nome che non avevo mai visto.
Sofia Mancini.
Guardai Riccardo.
«Mancini?»
Lui non rispose.
«Chi era Sofia Mancini?»
Anna iniziò a piangere.
Riccardo chiuse lentamente la cartella.
«Mia sorella.»
Sentii Matteo trattenere il respiro.
«Quindi lei è mio zio.»
Riccardo annuì.
Ma qualcosa non tornava.
«Se Sofia voleva rinunciare a me, perché Roberto era coinvolto?»
Riccardo guardò Anna.
Poi me.
«Perché Sofia non era sola come vi ho raccontato.»
Anna sussurrò:
«Non farlo.»
«Il padre della bambina era sposato.»
Il mio cuore cominciò a battere violentemente.
Matteo fece un passo avanti.
«Era mio padre?»
Riccardo scosse la testa.
Per la prima volta da quando eravamo entrati, vidi qualcosa di simile alla compassione nei suoi occhi.
«No, Matteo. Roberto non era il padre di Giulia.»
Il sollievo arrivò così improvviso che dovetti chiudere gli occhi. Io e Matteo non eravamo fratello e sorella.
Ma durò soltanto un secondo.
Perché Riccardo aggiunse:
«Roberto era l’unica persona che sapeva chi fosse davvero.»
Guardai il documento.
«Allora ditemelo.»
Riccardo inspirò lentamente.
«Il padre biologico di Giulia era Carlo Bianchi.»
Alzai gli occhi di scatto.
«È impossibile. Il test lo esclude.»
«Perché il campione conservato come “Carlo Bianchi” non apparteneva a Carlo.»
Matteo guardò la provetta che avevamo portato da Elena.
«Allora a chi appartiene?»
Riccardo non fece in tempo a rispondere.
Anna si lasciò cadere sulla sedia e coprì il volto con entrambe le mani.
«A Roberto.»
Il silenzio fu assoluto.
Guardai mia madre.
Poi Riccardo.
Poi la provetta.
E finalmente compresi la vera ragione per cui tutti i test sembravano contraddirsi.
Qualcuno, trentun anni prima, non aveva semplicemente falsificato un risultato.
Aveva scambiato deliberatamente le identità genetiche dei due uomini.
Matteo si avvicinò a Riccardo.
«Perché?»
Riccardo guardò Anna.
«Perché Carlo aveva una relazione con Sofia mentre era fidanzato con Anna. Sofia rimase incinta. Anna lo scoprì.»
Mi voltai lentamente verso mia madre.
Il suo volto era devastato.
«Tu sapevi chi ero fin dall’inizio.»
Anna sollevò gli occhi pieni di lacrime.
E con un filo di voce disse:
«Sì.»
«Allora perché mi hai presa?»
Lei si alzò e venne verso di me.
«Perché la notte in cui persi mia figlia, Sofia venne nella mia stanza.»
Riccardo chiuse gli occhi.
Anna tremava.
«Mi mise te tra le braccia e mi fece promettere una cosa.»
«Quale?»
Mia madre mi guardò come se quella risposta potesse distruggere definitivamente tutto ciò che eravamo state.
«Che Carlo non avrebbe mai scoperto che tu eri sua figlia.»
Prima che potessi chiedere perché, Riccardo parlò alle sue spalle.
«E questa è la parte che Anna continua a nasconderti.»
Lei si voltò furiosa.
«Riccardo.»
Lui non arretrò.
«Sofia non ti affidò Giulia perché voleva sparire.»
Mi si gelò il sangue.
«Allora perché?»
Riccardo guardò il registro ospedaliero.
«Perché qualcuno aveva già cercato di ucciderla.»






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